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Lunga vita alla cameretta? In Italia l’autonomia arriva a 30 anni e più

In Italia si diventa autonomi quasi a trent’anni. Non per modo di dire: secondo gli ultimi dati Eurostat, , nel 2025 i giovani italiani hanno lasciato la casa dei genitori in media a 30,2 anni, quasi quattro anni dopo la media dell’Unione europea e quasi nove dopo i coetanei finlandesi (in aumento rispetto allo scorso anno). Un dato che rimette in circolo il vecchio stereotipo dei “mammoni”, ma che racconta soprattutto altro: l’allungamento della strada che porta dall’istruzione al lavoro stabile, dal lavoro alla casa, dalla casa alla costruzione di una famiglia.

L’Italia non è sola. La Spagna registra la stessa età media, mentre Croazia, Grecia e Slovacchia fanno ancora peggio. Ma il confronto con il Nord Europa resta impietoso: in Finlandia si esce di casa a 21,4 anni, in Danimarca a 21,8. La distanza non è semplicemente culturale. È anche economica, lavorativa e abitativa, e finisce per spostare in avanti una sequenza intera di passaggi che un tempo si concentravano molto prima: indipendenza economica, convivenza, matrimonio, primo figlio.

Il punto, quindi, non è chiedersi perché i giovani italiani “non vogliano crescere”. È capire perché per crescere serva sempre più tempo. Eurostat suggerisce una prima risposta mettendo in relazione l’età di uscita dalla famiglia con l’occupazione giovanile: dove i ventenni lavorano di più e prima, tendono anche a lasciare prima la casa dei genitori. L’Italia si colloca sul versante opposto, con uno dei tassi di occupazione giovanile più bassi dell’Unione.

Nel 2025 il tasso di occupazione dei giovani tra i 20 e i 29 anni in Italia si è fermato al 47,6%, il livello più basso dell’Unione europea, contro una media Ue del 65,6%. Nei Paesi Bassi la quota supera l’80%, in Germania arriva al 77%. Il confronto non spiega da solo perché si lasci casa così tardi, ma mostra quanto diverso sia il punto di partenza.

Grafico su tasso di occupazione dei giovani tra 20 e 29 anni nell’Ue nel 2025
Tasso di occupazione dei giovani tra 20 e 29 anni nell’Ue nel 2025. Fonte: Eurostat

Il lavoro arriva tardi, l’autonomia ancora dopo

La distanza resta ampia anche dopo la fine degli studi. Tra i giovani europei tra i 20 e i 34 anni che hanno concluso da poco il proprio percorso di istruzione, nel 2025 lavorava l’83%; in Italia il 71,8%, davanti soltanto alla Grecia. Questo significa che anche il passaggio dalla formazione all’occupazione continua a richiedere più tempo rispetto a gran parte dell’Europa.

Negli ultimi anni, va detto, alcuni indicatori sono migliorati. La quota dei Neet tra i 15 e i 29 anni, cioè dei giovani che non lavorano e non seguono percorsi di istruzione o formazione, è scesa dal 25,7% del 2015 al 13,3% del 2025. È la riduzione più ampia registrata nell’Ue nell’arco del decennio. Ma l’uscita dalla condizione di Neet non coincide automaticamente con la conquista di una piena autonomia economica.

Per lasciare la famiglia di origine servono infatti continuità di reddito e capacità di sostenere spese fisse che, in molte città, sono aumentate molto più rapidamente dei primi stipendi: affitto, utenze, trasporti, eventuali rate di un mutuo. È su questo passaggio che la casa diventa il secondo grande spartiacque.

I dati europei mostrano un paradosso solo apparente. In diversi Paesi del Nord, dove i giovani escono di casa molto prima, il peso delle spese abitative sul reddito può essere anche più elevato che in Italia. Ma proprio perché quei giovani vivono già da soli o in condivisione, quelle spese entrano pienamente nelle statistiche. In Italia, invece, una quota molto ampia resta ancora dentro il nucleo familiare e quindi non sostiene direttamente il costo di un’abitazione autonoma.

Secondo Istat, oltre sei giovani su dieci fino alle soglie dei 35 anni vivono ancora nella famiglia di origine. La quota resta più alta nel Mezzogiorno, dove il mercato del lavoro è più debole, ma il problema assume forme diverse anche nelle grandi città del Centro-Nord, dove le opportunità professionali sono maggiori ma il costo degli affitti può diventare un ostacolo altrettanto forte.

La famiglia continua così a svolgere una funzione economica decisiva: riduce il peso delle spese abitative, assorbe periodi di instabilità lavorativa e consente di rinviare l’uscita di casa fino a quando reddito e condizioni contrattuali non diventano più solidi. È anche per questo che il ritardo italiano nell’autonomia non emerge soltanto dal costo degli affitti o dei mutui, ma dal tempo necessario per raggiungere le condizioni economiche che permettono di sostenerli.

Famiglia

content.lab@adnkronos.com (Redazione)

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