Non solo Dante e dolce vita: perché 1,5 milioni di persone nel mondo studiano italiano

In Cina l’italiano si studia anche per progettare oggetti, spazi e tecnologie. Negli Stati Uniti entra nei programmi scolastici e universitari. In Croazia viene insegnato nelle scuole e nei dipartimenti di italianistica, mentre in America Latina continua a rappresentare un legame con le famiglie emigrate dall’Italia. La nostra lingua segue percorsi molto diversi a seconda del Paese, ma la sua presenza internazionale ha dimensioni considerevoli: oltre 1,5 milioni di persone studiano italiano in 112 Paesi del mondo, secondo i dati comunicati dalla Farnesina.

L’occasione per osservare questa geografia è la XXVI Settimana della Lingua Italiana nel Mondo, dal 19 al 25 ottobre 2026. Il tema scelto per quest’anno, “Lingua geniale: ideare, progettare, creare con l’italiano”, mette in relazione lo studio della lingua con la creatività, la formazione e le attività professionali.

Ma dietro il numero complessivo degli studenti convivono realtà molto differenti. C’è chi impara italiano come seconda lingua a scuola, chi lo sceglie all’università e chi cerca di recuperare la lingua parlata dai propri nonni. In alcuni Paesi l’italiano è una presenza storica, in altri è una materia di studio legata a interessi culturali o a percorsi di formazione.

La diffusione internazionale dell’italiano, quindi, non coincide semplicemente con quella degli italiani nel mondo. Comprende comunità di emigrati, nuove generazioni, studenti senza legami familiari con il nostro Paese e persone che scelgono di avvicinarsi alla lingua per ragioni personali.

Dove si studia italiano nel mondo

L’insegnamento dell’italiano all’estero passa attraverso una rete di scuole, università, istituti culturali e organizzazioni locali. La Farnesina sostiene direttamente una parte di queste attività, ma una quota importante degli studenti frequenta corsi inseriti nei sistemi scolastici e universitari dei rispettivi Paesi.

Nell’anno accademico 2024-2025 erano attivi 132 lettorati italiani presso università straniere, distribuiti in 63 Paesi. Si tratta di incarichi affidati a docenti italiani che insegnano lingua e cultura negli atenei esteri e, in alcuni casi, collaborano ad attività culturali e di ricerca. La distribuzione geografica mostra quanto questa presenza sia articolata: 63 lettorati si trovavano in Europa, 24 in Asia e Oceania, 21 nelle Americhe, 20 nell’area del Mediterraneo e del Medio Oriente e quattro nell’Africa subsahariana.

La mappa dei lettorati non coincide però con quella di tutti gli studenti. Misura una componente specifica della rete universitaria italiana, senza comprendere le numerose scuole e istituzioni straniere che organizzano autonomamente corsi di lingua.

Anche le iniziative della Settimana della Lingua Italiana permettono di osservare le differenze tra i territori.

A Shanghai, per esempio, l’Istituto Italiano di Cultura ha coinvolto gli studenti universitari in un concorso interdisciplinare che mette in relazione l’italiano con architettura, moda, design, tecnologia e intelligenza artificiale. Gli studenti sono invitati a partire da una parola italiana, analizzarne il significato e trasformarla in un progetto creativo.

A Boston, il Consolato generale ha promosso un concorso rivolto agli studenti delle scuole e delle università del New England. Anche a Chicago e Detroit sono state organizzate iniziative rivolte ai programmi scolastici di italiano.

In Croazia, invece, il concorso per la Settimana della Lingua coinvolge cinque dipartimenti universitari di italianistica, a Fiume, Spalato, Pola, Zagabria e Zara, insieme a studenti delle scuole primarie e secondarie. Qui la lingua italiana si inserisce anche in una storia di relazioni culturali e territoriali con l’Italia.

Sono esempi di un fenomeno più ampio: lo stesso insegnamento può assumere significati diversi a seconda del luogo in cui si svolge. In un’università asiatica può essere associato a una disciplina creativa; in una scuola nordamericana può rappresentare una scelta tra diverse lingue straniere; in alcune aree dell’Adriatico si collega anche alla presenza storica delle comunità italofone.

Nel 2025 la Farnesina ha erogato oltre 300 contributi per sostenere cattedre di italiano in scuole e università di circa 70 Paesi, per un importo complessivo vicino ai due milioni di euro. L’insegnamento della lingua è sostenuto anche dalla rete degli Istituti Italiani di Cultura e dalla Società Dante Alighieri, oltre che da scuole e università locali.

Dai nonni ai nipoti

Una parte della diffusione internazionale dell’italiano è legata alla storia dell’emigrazione. Argentina, Brasile, Germania, Svizzera e altri Paesi ospitano comunità formatesi attraverso diverse generazioni di partenze dall’Italia.

Ma essere discendenti di italiani non significa necessariamente parlare italiano. Quando una famiglia si stabilisce all’estero, la lingua utilizzata quotidianamente può cambiare nel corso delle generazioni. I genitori continuano spesso a parlare quella d’origine, mentre figli e nipoti crescono frequentando scuole, amicizie e ambienti di lavoro nei quali prevale la lingua del Paese di residenza.

La trasmissione dell’italiano dipende da numerosi fattori: quanto viene parlato in casa, la presenza di altri familiari italofoni, l’accesso a corsi scolastici e i rapporti mantenuti con l’Italia. In alcune famiglie la lingua resta viva per generazioni. In altre sopravvivono espressioni, parole dialettali e ricordi, mentre la capacità di sostenere una conversazione si riduce progressivamente.

Per i discendenti degli emigrati, frequentare un corso può diventare così un modo per recuperare una lingua che appartiene alla storia familiare, ma che non è stata acquisita durante l’infanzia. La dimensione del fenomeno migratorio aiuta a comprendere la portata di questo legame. Secondo i dati riportati dalla Farnesina, gli italiani residenti all’estero superano i sette milioni. Il numero riguarda i cittadini registrati presso le autorità consolari e non comprende tutti i discendenti degli emigrati, molti dei quali possiedono esclusivamente la cittadinanza del Paese in cui vivono.

La composizione della comunità italiana all’estero, inoltre, continua a trasformarsi. Alle famiglie emigrate nel Novecento si affiancano quelle che hanno lasciato l’Italia più recentemente per motivi di studio, lavoro o ricongiungimento. Come mostrano i dati sui giovani e sugli anziani italiani che scelgono di trasferirsi all’estero, le partenze coinvolgono generazioni differenti. Questo significa che anche il rapporto con la lingua cambia: quello dei bambini cresciuti in famiglie italiane emigrate da pochi anni può essere molto diverso da quello dei pronipoti di persone partite un secolo fa.

Imparare italiano per trasferirsi in Italia

Per alcuni studenti stranieri, imparare l’italiano è il primo passo di un percorso che li porterà a vivere nel nostro Paese. La scelta può nascere dal desiderio di frequentare un’università italiana, proseguire gli studi dopo la laurea o accedere a una formazione specialistica. In questi casi, la conoscenza della lingua può diventare una condizione concreta per affrontare il trasferimento.

Secondo i dati del Ministero dell’Università e della Ricerca, nell’anno accademico 2024-2025 gli studenti internazionali iscritti negli atenei italiani erano 110.553, su un totale di oltre due milioni di universitari. Quasi 20mila si erano immatricolati per la prima volta.

L’interesse per la formazione in Italia viene sostenuto anche attraverso programmi di mobilità e borse di studio. Per l’anno accademico 2026-2027, il ministero degli Esteri ha previsto borse destinate a studenti stranieri e italiani residenti all’estero, utilizzabili per frequentare percorsi magistrali, dottorati, attività di ricerca e corsi intensivi di lingua e cultura italiana.

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Mondo

content.lab@adnkronos.com (Redazione)

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