Midterm Usa, per Vance sconfitta è colpa della guerra in Iran. Trump non arretra: “Vero, ma lo rifarei”. La “duplice lettura” di Teheran

(Adnkronos) –
Il presidente Donald Trump affronta le conseguenze della significativa sconfitta elettorale subita dal Partito repubblicano durante le elezioni Usa di midterm, valutando le direttrici strategiche da adottare nel conflitto contro l’Iran, iniziato otto mesi fa. L’elettorato statunitense ha manifestato un netto dissenso verso tale operazione militare, fattore che ha contribuito all’affermazione dei candidati democratici. 

Il vicepresidente JD Vance ha definito il conflitto una catastrofe per il Gop. “Quello che ha detto JD Vance è in gran parte vero”, ha ammesso Trump parlando con i giornalisti dal cantiere della nuova sala da ballo della Casa Bianca, il giorno dopo la cosiddetta “onda blu” dei democratici. E ha riconosciuto che l’aumento del prezzo della benzina ha pesato sul voto: “Il prezzo della benzina è salito nel breve termine, e probabilmente quello è il motivo”. Ma non ha mostrato alcuna intenzione di rivedere le proprie scelte: “Lo rifarei, non si può permettere all’Iran di avere un’arma nucleare. Ne è valsa la pena, non avevamo scelta”. Le ostilità hanno generato danni regionali quantificabili in decine di miliardi di dollari, innescando ripercussioni sistemiche sui costi energetici globali. 

Gli analisti delineano diverse opzioni per l’amministrazione. Haggerty ipotizza il mantenimento dell’attuale strategia, caratterizzata da attacchi difensivi e blocco navale. David Schenker, già assistente segretario di Stato, suggerisce la possibilità di colpire la struttura nucleare di Pickaxe Mountain, seguita da una de-escalation finalizzata a un accordo che ripristini la libertà di navigazione e allenti le sanzioni. Schenker avverte tuttavia che gli iraniani potrebbero credere che il presidente sia ferito e limitato dal Congresso, ma può essere vero anche il contrario. Un’ulteriore escalation comporterebbe rischi significativi per i prezzi energetici, sebbene il mercato del greggio Brent abbia registrato un calo sotto i 95 dollari dopo il voto. 

I vertici regionali monitorano con attenzione le mosse della Casa Bianca. Benjamin Netanyahu ha sollecitato nuove azioni militari, mentre funzionari mediorientali riferiscono di segnali inviati dall’amministrazione Trump circa una possibile intensificazione delle operazioni post elettorali. 

Steve Bannon, l’ex consigliere di Trump, riposizionandosi come voce autorevole nei podcast Maga, ha chiesto all’inquilino della Casa Bianca di nominare una commissione presidenziale incaricata di indagare e rendere pubblici i risultati sulla guerra degli Stati Uniti con l’Iran, sostenendo che ciò è “necessario per riconquistare la fiducia degli americani”. Parlando nel suo podcast ‘Bannon’s WarRoom’, l’ex consigliere ha dichiarato che “abbiamo bisogno di una commissione presidenziale, composta da cittadini e istituzioni statunitensi, che indaghi formalmente su quanto accaduto il 7 ottobre. Se gli israeliani non intendono farlo per ragioni politiche, è una loro scelta: si tratta del loro Paese”. “Tuttavia – ha aggiunto – noi siamo stati trascinati in questa vicenda, che ha avuto un impatto significativo su quella che è stata una notte storica (le elezioni del midterm, ndr) per la politica americana”. 

Bannon, sostiene nel suo podcast, rilanciato dal Washington Post, che “dobbiamo poi esaminare come, anni dopo” il 7 ottobre 2023, “siamo stati coinvolti nell’Operazione Midnight Hammer, seguita dalla seconda fase: il cambio di regime”. “La nostra difesa, la nostra sicurezza nazionale e la nostra comprensione di come sia andata tutta questa vicenda, nonché l’impatto che ha avuto”, sull’esito delle elezioni del midterm, “devono essere esaminate da terzi, in modo indipendente, e dobbiamo muoverci subito”. L’ex capo stratega alla Casa Bianca, suggerisce che “molti americani, compresi i giovani che hanno votato per Trump sulla promessa di nessuna nuova guerra, nutrono sfiducia verso le ragioni finora fornite per spiegare il conflitto” contro il regime iraniano. 

Le reazioni iraniane ai risultati delle elezioni di metà mandato negli Stati Uniti evidenziano una distinzione tra due implicazioni del risultato: un costo politico, che Teheran sostiene di aver imposto a Trump come una conseguenza del conflitto. E un mutamento negli equilibri tra le parti, che non deve essere considerato una garanzia di cambiamento nella politica statunitense. È l’interpretazione dell’emittente qatarina Al- Jazeera, secondo cui il regime di Teheran ritiene che indebolire il presidente all’interno del Congresso non è, di per sé, sufficiente a porre fine alla guerra. 

Dopotutto, rimarca l’emittente, la Guida Suprema iraniana Mojtaba Khamenei ha dichiarato: “Se c’è ancora qualcuno che nutre anche solo la minima speranza che il comportamento del ‘sistema egemonico’ possa mutare – o che i cambiamenti politici e partitici interni possano modificarlo – o che crede che fare concessioni agli Stati Uniti possa distoglierli dalla loro ostilità verso il popolo iraniano, ebbene, costui è in preda a una totale illusione”. Tale posizione pone dei limiti alle aspettative iraniane riguardo ai risultati elettorali; ribadisce la tesi secondo cui l’ostilità americana sia più profonda di una semplice rivalità tra partiti e respinge l’idea che offrire concessioni possa indurre Washington a fare marcia indietro rispetto alle sue politiche nei confronti Teheran. Ciò avviene proprio mentre l’Iran celebra l’anniversario dell’assalto all’ambasciata statunitense a Teheran del 1979, con eventi ufficiali e manifestazioni pubbliche che si tengono sotto l’egida della ‘Giornata nazionale della lotta contro l’arroganza globale’. 

Questa duplice lettura, che rivendica una vittoria pur mantenendo cautela sulla possibilità di un cambiamento reale, è apparsa chiaramente nei servizi e nelle analisi pubblicati dai media iraniani. L’agenzia di stampa Tasnim, riporta Al Jazeera, è stata tra le più esplicite nel collegare i risultati elettorali del midterm al confronto in corso con Teheran, intitolando il proprio commento: “Trump ha perso contro l’Iran… e clamorosamente anche al Senato”. Tasnim, legata storicamente al Corpo delle guardie della rivoluzione islamica, inquadra la sconfitta del tycoon come un’ulteriore prova di quella che definisce “una vittoria dell’Iran”. 

Smorzando, tuttavia, il tono della valutazione, Tasnim ha sottolineato che “non è il caso di riporre speranze nei democratici, poiché i due partiti non differiscono sostanzialmente nel loro atteggiamento verso l’Iran”, sostenendo che “Teheran non orienta le proprie politiche in base al partito che detiene il potere al Congresso o alla Casa Bianca”. Con un tono più deciso, l’emittente radiotelevisiva ‘Irib’ ha titolato: “Cambio di regime in America… La pesante sconfitta di Trump alle elezioni del Congresso”. L’espressione “cambio di regime” è stata usata in riferimento al cambiamento della maggioranza al Congresso, non per descrivere un cambiamento del sistema di governo americano. 

Un’analisi dell’agenzia di stampa semiufficiale Fars, intitolata “la caduta dei ‘muri rossi’: perché Trump ha perso persino nelle sue roccaforti?”, si è concentrata sull’erosione della base del Presidente all’interno dei tradizionali bastioni repubblicani. L’analisi suggerisce che il malcontento per il suo operato si sia esteso “ben oltre i suoi abituali detrattori”, coinvolgendo anche segmenti dell’elettorato che in precedenza avevano contribuito alla sua elezione alla Casa Bianca. 

Il testo riconduce questo declino all’aumento del costo della vita, alle preoccupazioni economiche e al malcontento verso l’amministrazione – incluso il suo approccio nei confronti dell’Iran. Ciononostante, l’analisi mette in guardia dal ridurre le cause della sconfitta al solo “fattore Iran”, inquadrando piuttosto il risultato come il frutto di “un’interazione tra politiche interne ed estere e del loro impatto complessivo sugli elettori”. 

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