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Congedi parentali paritari, Roccella contraria all’obbligo: “Il lavoro va cambiato adattandolo ai corpi delle donne”

“Sono una femminista della differenza e penso che il lavoro vada cambiato adattandolo ai corpi delle donne, che sono generativi”. Eugenia Roccella concentra in una frase la propria posizione sul rapporto tra maternità, lavoro e condivisione dei congedi: per ridurre lo svantaggio legato alla genitorialità non basta distribuirlo tra madre e padre, bisogna intervenire anche sull’organizzazione del lavoro.

La ministra per la Famiglia, la Natalità e le Pari Opportunità lo dice in un’intervista a ‘La Stampa’, nella quale prende posizione anche contro l’ipotesi di rendere obbligatoriamente paritari i congedi parentali. “Non amo gli obblighi, specie quelli che entrano nelle relazioni”, afferma. “Dobbiamo far sì che la genitorialità non svantaggi né le aziende né le famiglie. Se resta uno svantaggio, suddividerlo non risolve il problema, semmai lo moltiplica”.

I dati mostrano quanto quello svantaggio resti concreto. Nel 2025 il tasso di occupazione delle donne tra 25 e 49 anni con almeno un figlio in età prescolare era del 58,1%, contro il 77,4% delle coetanee senza figli. Il rapporto tra i due tassi si ferma al 75,1%, secondo il Rapporto SDGs 2026 dell’Istat. Rispetto al 2014, l’indicatore è migliorato soltanto nel Mezzogiorno, mentre è peggiorato nelle altre ripartizioni geografiche.

È una delle forme della cosiddetta child penalty, la penalizzazione che la maternità continua a produrre sul lavoro femminile. Un fenomeno già visibile in altri indicatori: il 20% delle donne smette di lavorare dopo essere diventata madre, secondo i dati raccolti da Save the Children.

Congedi paritari o lavoro da cambiare?

È su questa asimmetria che Roccella motiva la propria contrarietà a rendere obbligatorio il congedo paritario. La sua posizione tiene conto anche della differenza tra maternità e paternità legata a gravidanza, parto e allattamento. Nei mesi scorsi aveva già sostenuto che la condivisione dei carichi di cura non possa essere costruita trattando i due ruoli come perfettamente sovrapponibili.

Il ragionamento si sposta quindi sull’organizzazione del lavoro: se la genitorialità continua a rappresentare uno svantaggio per famiglie e imprese, redistribuire quello svantaggio tra madre e padre non sarebbe sufficiente. Per Roccella occorre intervenire sulle condizioni in cui maternità e lavoro convivono.

La ministra stima in circa tre miliardi di euro il costo di un congedo paritario obbligatorio e sostiene che quelle risorse potrebbero essere indirizzate verso misure considerate più efficaci.

Il sistema italiano prevede già quote di congedo riservate a ciascun genitore. Per i lavoratori dipendenti, la madre ha diritto a tre mesi non trasferibili al padre e il padre ad altri tre mesi non trasferibili alla madre; a questi si aggiungono ulteriori tre mesi utilizzabili alternativamente dai due genitori.

La legge di Bilancio 2025 ha portato a tre i mesi di congedo parentale indennizzati all’80% della retribuzione per chi rientra nei requisiti previsti, da utilizzare entro i primi sei anni di vita del figlio. Gli altri sei mesi indennizzabili restano al 30%.

Il limite complessivo del congedo parentale è normalmente di dieci mesi, che possono diventare undici se il padre ne utilizza almeno tre. Roccella definisce questo meccanismo “un’offerta paritaria” già presente nel sistema, ma non obbligatoria, e afferma che la relativa premialità debba essere rafforzata.

L’utilizzo reale resta però fortemente sbilanciato. Secondo il Rendiconto di genere 2025 dell’Inps, nel 2024 hanno beneficiato del congedo parentale nel settore privato 289.230 donne e 124.140 uomini. Le donne sono quindi più del doppio degli uomini e utilizzano il congedo anche per periodi più lunghi: in media 53 giorni contro 22.

La partecipazione dei padri sta crescendo. Nel 2024 gli uomini che hanno utilizzato il congedo parentale sono aumentati del 28,5% rispetto all’anno precedente, contro il +9,5% delle donne.

Diverso è il congedo obbligatorio di paternità, pari a dieci giorni. Nel 2024 ne hanno usufruito 181.777 padri lavoratori dipendenti, poco più del 64% degli aventi diritto. Il ricorso alla misura cambia molto in base al territorio e al tipo di occupazione: il 59% dei beneficiari vive al Nord e l’utilizzo è più frequente tra chi ha un contratto stabile e un impiego full time. Anche su questo fronte la distanza tra diritto formale e utilizzo effettivo resta ampia: solo un quarto dei padri utilizza il congedo per la sua intera durata.

Il “corpo generativo” e la penalizzazione della maternità

Per Roccella il nodo non è soltanto quanto congedo spetti a madri e padri, ma come il lavoro assorba il costo e i tempi della maternità. La ministra richiama, tra gli interventi già adottati, l’allungamento della durata dei contratti utilizzabili per sostituire le lavoratrici in maternità e le risorse destinate alle aziende che ricorrono a queste sostituzioni.

Anche le dimissioni nei primi anni di vita dei figli restano prevalentemente femminili. Secondo l’Ispettorato nazionale del lavoro, nel 2024 le lavoratrici madri rappresentavano l’86% delle convalide di dimissioni o risoluzioni consensuali nel Mezzogiorno, il 73% nel Centro e il 65% nel Nord.

La disponibilità di servizi per l’infanzia incide direttamente sulla permanenza delle madri nel mercato del lavoro. Uno studio coordinato dall’Università Ca’ Foscari di Venezia ha rilevato che, nei Comuni interessati dall’espansione dei posti negli asili nido pubblici, la probabilità che una madre torni a lavorare dopo il congedo è aumentata del 16,8%, con un incremento del 12,3% del ritorno nello stesso posto occupato prima della maternità.

Il problema resta anche quantitativo. Secondo gli ultimi dati Istat disponibili, riferiti all’anno educativo 2023/2024, in Italia erano attivi 14.570 nidi e servizi integrativi per la prima infanzia, per quasi 378.500 posti autorizzati, con una copertura pari al 31,6% dei bambini sotto i tre anni. Il 59,5% delle strutture dichiarava di avere bambini in lista d’attesa.

Roccella richiama anche il ruolo delle imprese. Il governo ha rafforzato gli strumenti legati alla conciliazione vita-lavoro e alla certificazione della parità di genere, mentre nel 2026 è stato introdotto un nuovo sistema di indicatori che considera anche la partecipazione dei padri ai congedi e le misure adottate dalle aziende per sostenere la genitorialità.

Il rapporto tra lavoro e maternità entra inevitabilmente anche nel dibattito sulla natalità. Nel 2025 in Italia sono nati 355 mila bambini, 15 mila in meno rispetto al 2024, con un calo del 3,9%. Il numero medio di figli per donna è sceso a 1,14, nuovo minimo, mentre l’età media al parto è salita a 32,7 anni.

Roccella lega il calo delle nascite anche a una lunga assenza di politiche familiari. Secondo la ministra, l’Italia ha “dato per scontata” la famiglia, nonostante il suo peso nella cultura e nell’identità del Paese, accumulando quella che definisce una «lunga disattenzione» delle politiche pubbliche.

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Welfare

content.lab@adnkronos.com (Redazione)

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