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Due stipendi e pannolini divisi, oggi i figli si fanno (davvero) in due: parola di Nobel

Papà lavora e mamma resta a casa? Oggi non è più plausibile, né economicamente sostenibile, né socialmente desiderabile. Quello che un tempo era il pilastro della famiglia tradizionale, il modello del “capofamiglia unico”, sta rapidamente diventando un reperto del passato, travolto da una trasformazione strutturale che i ricercatori definiscono come una vera e propria “rivoluzione di genere”.

Oggi, in Italia e in gran parte d’Europa, la decisione di accogliere il primo figlio non dipende più solo dalla solidità professionale del padre, ma è diventata strettamente vincolata alla stabilità lavorativa della madre, che non è più un’alternativa alla famiglia, ma la sua precondizione fondamentale.

Due anni di “fisso” per un figlio

Questa inversione di tendenza è stata documentata con precisione da una ricerca pubblicata sulla rivista scientifica Population Research and Policy Review. Gli studiosi Angela Greulich (Sciences Po) e Michael S. Rendall (University of Maryland) hanno analizzato i dati di 24 Paesi europei, armonizzando le informazioni raccolte tra il 2004 e il 2017. Il cuore del risultato è la cosiddetta stabilità pre-concepimento: la probabilità di avere un figlio è massima per le donne che hanno mantenuto un impiego a tempo pieno per almeno due anni consecutivi prima della gravidanza.

Un dato sorprendente smentisce i vecchi luoghi comuni: questa necessità di sicurezza non è una prerogativa delle élite. Il legame positivo tra lavoro stabile e primo figlio è universale e attraversa tutti i ceti sociali, riguardando allo stesso modo donne con bassi, medi o alti livelli di istruzione. Se un tempo le donne con meno titoli di studio potevano tendere verso modelli più tradizionali, oggi per loro la stabilità economica è, se possibile, ancora più determinante per decidere di diventare madri.

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L’imperativo del doppio reddito

Perché oggi il modello a reddito singolo è crollato? La risposta risiede in un costo della vita diventato insostenibile per una sola busta paga. Secondo i dati Ocse aggiornati al giugno 2026, l’inflazione ha raggiunto livelli che non si vedevano dagli anni ’80, mettendo i bilanci familiari sotto una pressione estrema. In Italia, l’aumento dei prezzi dei beni essenziali (energia e cibo) è stato tra i più feroci e l’inflazione complessiva dell’intera area Ocse è balzata al 4,4% nell’aprile 2026, segnando un incremento di oltre un punto percentuale in un solo mese.

In questo scenario, avere due stipendi in casa è diventata una strategia di sopravvivenza. Un segnale di speranza si può osservare nei salari reali che stanno timidamente riprendendosi, ma in circa due terzi dei Paesi dell’area restano ancora al di sotto dei livelli di inizio 2021. Senza la certezza di un’entrata fissa e duratura da parte della donna, il “rischio” economico di un figlio viene percepito come un salto nel vuoto che poche coppie sono disposte a compiere.

La “rivoluzione incompiuta”: il problema del mismatch

Ma se l’economia spinge verso il doppio reddito, la cultura fatica a stare al passo. In un nuovo saggio del 23 marzo 2026, la Nobel per l’economia Claudia Goldin introduce il concetto di “mismatch” (disallineamento) per spiegare il calo della natalità. Il problema non è la pillola o la carriera, ma la mancanza di garanzie: le donne oggi investono massicciamente nella propria istruzione e autonomia, ma non ricevono dai partner segnali credibili di un impegno paritario nei carichi di cura.

Goldin distingue tra uomini “tradizionali” e uomini “moderni/affidabili”. Il declino delle nascite avviene perché molte donne, in assenza di un “meccanismo contrattuale” che assicuri che il padre si farà carico della casa, preferiscono rimandare o rinunciare alla maternità piuttosto che subire la “motherhood penalty” (la penalizzazione salariale e di carriera che colpisce solo le madri).

E anche in questo caso, in Italia, il divario è lampante: le donne dedicano ancora 3 ore in più al giorno rispetto agli uomini ai lavori domestici. Secondo Goldin, la vera soluzione non sono solo i sussidi, ma una rivoluzione culturale che porti gli uomini a “fare un passo avanti” in casa, trasformando la paternità in un valore celebrato quanto la maternità.

“I Paesi che hanno registrato un aumento rapidissimo del tenore di vita – ha affermato Goldin – probabilmente hanno tassi di natalità subottimali”. E citando il boom demografico statunitense, che raggiunse il picco di oltre 3,5 figli per donna alla fine degli anni ’50, Goldin sottolinea come sia un raro esempio di un Paese ricco che ha temporaneamente aumentato il proprio tasso di fertilità “glorificando il matrimonio, la maternità, la ‘brava moglie’ e la casa”.

Per l’esperta, le società che oggi desiderano incoraggiare un maggior numero di nascite dovrebbero provare a venerare la paternità. Senza questo equilibrio, e senza contratti stabili per le donne, le culle d’Europa rimarranno inevitabilmente vuote.

Famiglia

content.lab@adnkronos.com (Redazione)

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