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Maternità surrogata, un giudice obbliga la gestante a pagare il mantenimento

150 euro al mese. È questa la cifra che una donna messicana dovrà versare, sotto forma di assegno di mantenimento, a un papà single spagnolo. A deciderlo è un tribunale di Alicante con una sentenza dello scorso aprile. Si tratta di una decisione destinata a far discutere il mondo dei diritti civili e della giurisprudenza, perché si fonda su un paradosso clamoroso: la donna condannata a pagare non ha alcun legame biologico con il neonato.

Il piccolo, infatti, è stato concepito con lo sperma del papà e l’ovocita di una donatrice anonima. La donna messicana ha solo portato avanti la gravidanza. Ma per la legge spagnola la biologia non conta quanto l’atto del parto: chi partorisce è la madre, e da quel ruolo non ci si può dimettere così facilmente. Nemmeno se c’era un accordo di maternità surrogata alla base.

A raccontare per primo questa incredibile storia è il quotidiano spagnolo El Mundo. Dietro il paradosso c’è la vita di Carlos, un informatico spagnolo di 41 anni che lavora in Svizzera e che sognava da sempre di diventare papà.

Odissea in Messico e il “muro” del Consolato

Durante la pandemia di Covid, Carlos decide che è il momento di fare il grande passo. Essendo la maternità surrogata illegale in Europa, sceglie la strada del Messico, un percorso che richiede mesi di trasferte e un’enorme mole di burocrazia. Il 24 aprile 2024 nasce il piccolo L. Carlos assiste al parto ed è pronto a rientrare in Europa, ma la sfortuna si mette di mezzo: proprio mentre aspetta che la sentenza messicana che lo dichiara unico genitore diventi esecutiva, i giudici locali entrano in sciopero per tre mesi. Carlos resta bloccato in Messico col neonato, senza passaporto, senza assicurazione medica e lavorando di notte per via del fuso orario europeo.

Quando disperato si rivolge al Consolato spagnolo, la risposta è un muro di gomma: “Abbiamo l’ordine di ostacolare questi processi”. Per il governo di Madrid, infatti, la maternità surrogata è una “mercantilizzazione del corpo della donna”. Solo nel gennaio 2025, dopo oltre otto mesi di limbo, Carlos ottiene un passaporto provvisorio per portare a casa suo figlio

Il cortocircuito: “Sei la madre, quindi paga”

I veri problemi, però, iniziano al rientro in Spagna. Per registrare il bambino all’anagrafe spagnola, lo Stato esige che compaia una madre: e per la legge iberica, la madre è la donna che ha partorito. Così, L. viene iscritto all’anagrafe con il primo cognome del padre e il secondo della gestante messicana, una donna che vive a migliaia di chilometri di distanza e che non condivide con lui un solo filamento di Dna.

Per sbloccare la situazione ed evitare che in futuro serva la firma di una sconosciuta per mandare il figlio a scuola o sottoporlo a una visita medica, l’avvocata di Carlos tenta la via classica: fa causa alla gestante chiedendo la revoca della patria potestà.

Ed è qui che la giustizia spagnola compie un capolavoro di giurisprudenza. Il giudice di Alicante stabilisce che, per revocare la patria potestà, serve una violazione grave e reiterata dei doveri di genitore. Non potendo tecnicamente “punire” la gestante messicana per aver rispettato il patto di non occuparsi del bambino, il tribunale decide una via di mezzo: sospende l’esercizio della patria potestà alla donna (lasciando le decisioni solo a Carlos), ma decreta che lei resta la madre legale. Il risultato? La condanna a pagare 150 euro al mese di alimenti, oltre alla metà delle spese straordinarie come dentista o occhiali da vista.

“È una misura ridicola”, si sfoga Carlos a El Mundo, spiegando che ovviamente non ha alcuna intenzione di chiedere quei soldi a una donna che in Messico guadagna meno del salario minimo. Ma il pasticcio burocratico resta, e si raddoppia: Carlos ha da poco avuto un secondo figlio, M., con la stessa donatrice di ovuli ma con un’altra gestante. In Spagna, i due fratellini biologici avranno due secondi cognomi diversi, corrispondenti alle due differenti donne che li hanno partoriti.

Il grande caos: dal “reato universale” italiano al vuoto normativo

La vicenda di Alicante è solo la punta dell’iceberg di un gigantesco puzzle globale in cui i confini geografici ridisegnano i diritti e i doveri delle famiglie. Un vero e proprio vuoto normativo internazionale che i singoli Stati affrontano in ordine sparso, spesso con visioni diametralmente opposte.

Nel nostro Paese, ad esempio, vige il divieto assoluto di maternità surrogata stabilito dalla Legge 40/2004. Un divieto che è diventato ancora più severo con la Legge 169/2024, la quale ha introdotto la punibilità del cittadino italiano che ricorre alla gestazione per altri anche all’estero, scatenando un accesissimo dibattito etico e giuridico.

I tribunali italiani stanno applicando questa linea di assoluto rigore biologico. Proprio di recente, il Tribunale di Pavia ha ordinato la cancellazione del nome della “madre intenzionale” dall’atto di nascita di una bambina nata in Ucraina tramite surrogazione. Anche in questo caso, i giudici hanno ribadito che la maternità non possa fondarsi sulla sola volontà procreativa se manca il presupposto biologico del parto. Per l’ordinamento italiano, l’unico modo per tutelare il legame affettivo tra la madre intenzionale e il piccolo resta l’adozione in casi particolari.

Se da un lato ci sono Paesi che vietano tutto (come Francia, Germania e Italia) e altri che consentono contratti commerciali (come l’Ucraina o alcuni Stati Uniti), nel mezzo ci sono nazioni che provano a regolamentare la pratica in chiave solidaristica, ma restano impantanate nella politica, Nel Regno Unito, ad esempio, la Law Commission aveva proposto una riforma storica per consentire ai genitori intenzionali di essere riconosciuti come tali fin dalla nascita, superando le attuali attese burocratiche. Tuttavia, nella primavera del 2025, il governo britannico ha gelato le aspettative, comunicando di non poter dare priorità alla riforma della maternità surrogata in questo momento.

In sintesi, finché la comunità internazionale non troverà un accordo o regole comuni su una materia così delicata, storie di straordinaria assurdità burocratica come quella di Carlos e della gestante messicana continueranno a riempire le aule di tribunale, lasciando i bambini – i veri protagonisti di queste storie – sospesi in un limbo di leggi che viaggiano a velocità opposte.

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content.lab@adnkronos.com (Redazione)

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