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Terremoto Centro Italia, 4 testimonianze per ricordare e per fare il punto sui servizi sanitari del territorio

(Adnkronos) – Sono passati 10 anni dal terremoto che ha colpito il Centro Italia. Con l’epicentro tra i territori di Accumoli e Amatrice, provincia di Rieti. L’Adnkronos Salute ha raccolto 4 testimonianze per ricordare quei giorni e per rilanciare le necessità ancora incompiute rispetto all’assistenza sanitaria sul territorio. Parlano: Gianluca Chiodini, maxiemergenze Agenzia regionale emergenza urgenza della Lombardia; Rosario Valastro, presidente nazionale Croce rossa italiana (Cri); Enrico Tittoni, presidente dell’Ordine dei medici di Rieti; Pierluigi Cortellini, nel 2016 presidente dell’Ordine dei farmacisti di Rieti e della sezione provinciale di Federfarma di cui mantiene ancora oggi la presidenza. 

“Accendi la televisione, è successo un disastro”. Sono passati 10 anni e Gianluca Chiodini, un punto di riferimento per le maxiemergenze in Areu (Agenzia regionale emergenza urgenza) Lombardia, ricorda con precisione tutta la sequenza temporale di quel 24 agosto 2016, quando la terrà ha tremato nel cuore del Centro Italia. Era ancora buio. “Intorno alle 4 del mattino mi sveglia lo squillo del telefono”, ripercorre in un’intervista all’Adnkronos Salute. Sono passati una ventina di minuti dalla prima forte scossa delle 3.36, epicentro tra i territori di Accumoli e Amatrice, provincia di Rieti. All’altro capo del telefono c’è l’allora direttore generale di Areu, Alberto Zoli, che lo avvisa del grave terremoto. Chiodini rivede mentalmente ogni passaggio: l’unità di crisi regionale che scatta “alle 6 del mattino”, nel pomeriggio del giorno stesso “la decisione di partire in accordo con la direzione regionale dei vigili del fuoco Lombardia”, il reclutamento del personale, l’elicottero del 118 che si alza in volo con a bordo 2 vigili del fuoco e 2 sanitari “per andare a fare una ricognizione” sul posto. “Noi siamo arrivati alle 4.30-5 del mattino del giorno dopo, il 25 agosto. Amatrice non esisteva più”, racconta.  

“Arrivati in centro paese l’unica cosa che vedevamo era il campanile, e poco altro. C’era mezzo palazzo rosso rimasto in piedi, nient’altro. Il resto tutto a terra, tutte macerie”. Difficile dimenticare la polvere, il caldo, persino i colori dei mattoni. Il 2016 era stato un anno particolare per l’Areu. “Quell’anno avevamo certificato la prima squadra Usar (Urban Search and Rescue) con la componente sanitaria e vigili del fuoco nata in Italia”, spiega Chiodini che è il referente operativo. “Il primo corso era stato proprio a maggio e, ahimè, ad agosto ad Amatrice c’è stata subito la prima missione del gruppo Usar Lombardia così composto, che poi ha dato seguito a tutte le altre missioni: quelle per il terremoto di Norcia, la valanga di Rigopiano, il crollo del Ponte Morandi”, fra le principali emergenze italiane degli ultimi anni.  

Arrivati sul campo, in quel che restava del comune adagiato sulle pendici del monte Gorzano, il team lombardo si mette all’opera. “Abbiamo istituito un campo base e abbiamo cominciato a distribuire le squadre sul paese. All’inizio come Lombardia abbiamo preso parte a 11 cantieri di scavo. Purtroppo, abbiamo estratto solo cadaveri”, dice dopo una breve pausa di silenzio. “Chi poteva salvarsi, perché rimasto galleggiante sulle macerie, era stato soccorso. Quelli che sono rimasti sotto hanno avuto poche speranze”, ricorda. “Siamo stati ad Amatrice 8 giorni e abbiamo estratto circa 20-22 vittime. Le ultime nei giorni successivi quando ci siamo focalizzati sull’Hotel Roma e abbiamo estratto tutti i deceduti di quella struttura”. Vicende dolorose che riemergono nel decennale della catastrofe. Nel crollo di quell’hotel morirono in 7, anche se all’inizio si temeva un bilancio più alto.  

Chi scava fra le rovine di un paese raso al suolo dal sisma sa che deve affrontare difficoltà sia da un punto di vista tecnico che emotivo. “Si lavora in un ambiente ostile, fra macerie e polvere. In quei giorni ad Amatrice, poi, faceva molto caldo”, ricorda ancora Chiodini. “E si lavora – aggiunge – avendo a fianco a volte i parenti: figli, mamme o papà che sono lì ad aspettare che tu estragga vivi i loro cari”, e poi vedono infrangersi le loro speranze. “Purtroppo sì – riflette – perché più vanno avanti le ore più si affievolisce la possibilità di estrarli vivi”. Per Chiodini quella è stata la prima missione dal punto di vista delle squadre Usar di ricerca e soccorso nelle macerie, “che è un’attività diversa da una missione di Protezione civile o altro. Io ero già stato all’Aquila”, ai tempi del sisma del 2009, “ho passato un mese lì, ma l’attività era totalmente diversa. Se all’Aquila abbiamo montato un piccolo ospedale da campo per l’assistenza alla popolazione, con le squadre Usar si va proprio sul ‘cratere'” e si scava, faccia a faccia con la catastrofe, “è totalmente diverso”.  

La missione ad Amatrice è stata un punto fermo per le emergenze successive su cui Chiodini e colleghi sono intervenuti. “Ci ha portato a definire un metodo, che ovviamente abbiamo portato e adattato in altre situazioni. Abbiamo avuto anche modo di vedere e di modificare le cose che non andavano e di portare tutto questo sulle altre missioni. Ma in particolare siamo riusciti a esportare un modello. Tant’è vero che attualmente ci sono squadre Usar con la componente sanitaria e vigili del fuoco in Piemonte, Toscana, Lazio, Veneto”. E il team Usar Medium Ita01 ha ottenuto la classificazione internazionale Insarag, riconoscimento delle Nazioni Unite che certifica la capacità di intervenire nelle emergenze più complesse a livello mondiale. Areu fa parte della componente sanitaria del team, insieme a professionisti provenienti da diverse regioni italiane, con personale altamente specializzato nell’assistenza medica in scenari di calamità, crolli e operazioni di ricerca e soccorso tra le macerie. 

Rosario Valastro, presidente nazionale Croce rossa italiana (Cri). “Le immagini di distruzione, di sofferenza, furono davvero terribili, riaprirono la ferita mai chiusa del terremoto dell’Aquila: era evidente che c’erano vittime. Davanti alle catastrofi c’è il senso di fallimento, di non aver fatto abbastanza in termini di formazione, prevenzione. Ma questi sentimenti durarono lo spazio di un secondo perché ci fu subito il momento dell’attivazione. Ad Amatrice, come in tutte le emergenze che ho vissuto da volontario, da vicepresidente e anche da presidente, bisogna attivarsi a tutti i livelli e qui si scopre l’importanza di un’organizzazione capillare: i nostri volontari nelle piccole sedi delle zone colpite sono stati preziosi nel fornire informazioni essenziali per i soccorsi”. Così Valastro a 10 anni dal terremoto di Amatrice, ripercorre l’esperienza vissuta tra l’unità di crisi a Roma e la zona del sisma e ricorda l’importanza della formazione “per non arrivare impreparati alla prossima emergenza”.  

“C’è stata una risposta immediata molto forte – spiega Valastro – Durante tutta l’emergenza sono stati messi a disposizione circa 1.500 veicoli, realizzati campi e cucine mobili, grazie a oltre 4.200 volontari che hanno operato in tutta l’area interessata dal terremoto. Come sempre i volontari dei luoghi sono d’esempio un po’ a tutti: quando sei colpito nel luogo in cui abiti, sei prima vittima e poi soccorritore, ma appena c’è la possibilità sei immediatamente a disposizione e prezioso nel garantire ‘l’ultimo miglio’. È lo stesso principio con cui portiamo gli aiuti in Medio Oriente o in Ucraina: sono le persone che vivono in quei luoghi che riescono ad arrivare alla gente che ha bisogno. L’umanità che ci motiva, diventa azione efficace grazie a un’organizzazione solida e capillare. Anche le sedi piccole sono strategiche per fornire informazioni essenziali per poter salvare delle vite: nell’emergenza i secondi contano, soprattutto se c’è qualcuno sotto le macerie”.  

Come Croce rossa, “siamo praticamente i primi ad arrivare e gli ultimi a ripartire – chiarisce il presidente della Cri – perché comunque, anche dopo la prima emergenza, ci sono altre necessità della popolazione che ci impongono, da un punto di vista umanitario, di rimanere, di essere presenti”. 

Enrico Tittoni, presidente dell’Ordine dei medici di Rieti. “Tutto il periodo del primo post terremoto che è stato ovviamente pesantissimo per tutto quello che era successo e per tutto quello che, in qualche modo, si sarebbe dovuto fare per poter non dico ricostruire, ma recuperare un minimo di ritorno alla vita per Amatrice, cosa che, di fatto, non si è ancora verificato”. Così Tittoni ricorda, a 10 anni dal terremoto di Amatrice, l’importante contributo dei medici di medicina generale nei giorni difficili e concitati successivi al sisma del 24 agosto 2016. “All’epoca non ero presidente – spiega – ma il predecessore, Dario Chiriacò, organizzò da subito l’attività dei medici che avevano dato disponibilità al soccorso in una condizione di estrema difficoltà strutturale. Quasi in contemporanea, tutti gli Ordini d’Italia, in una gara di solidarietà, si mossero per mettere a disposizione un’unità mobile sanitaria, ancora in funzione, con cui poter raggiungere le località che non avevano più le strutture, gli ambulatori. Tutti gli ordini d’Italia si sono mossi in un mutuo soccorso”.  

Oggi, a un decennio dall’evento, “la situazione della medicina generale è ancora precaria, perché la ricostruzione è ancora tutta in divenire – precisa Tittoni – Ad Amatrice non c’è difficoltà a reperire i medici di medicina generale, come invece si registra in altre realtà nazionale, ma ci sono ancora i centri che all’epoca del terremoto erano stati attrezzati e i medici di medicina generale lavorano presso gli hub dell’Azienda sanitaria locale. Nel 2021 però – aggiunge – è stato inaugurato un auditorium, costruito della Croce Rossa, dove una o più volte l’anno riusciamo a organizzare dei convegni per continuare a mantenere accesa la luce su Amatrice perché, dal punto di vista strutturale, le cose vanno molto lentamente”. Proprio sulle macerie del vecchio ospedale, “è stato ricostruito il nuovo, ma purtroppo non è ancora funzionante – osserva Tittoni – L’auspicio è che sia ricostruito anche il tessuto abitativo adeguato per evitare che possa diventare una cattedrale nel deserto”. 

Pierluigi Cortellini, nel 2016 presidente dell’Ordine dei farmacisti di Rieti e della sezione provinciale di Federfarma di cui mantiene ancora oggi la presidenza.”Ricorderò sempre lo sgomento nel vedere Amatrice, paese che conoscevo bene, completamente distrutto, buttato giù dal terremoto del 24 agosto di 10 anni fa. Le case, gli edifici. E anche le farmacie. Ci siamo attivati immediatamente per ripristinare il servizio di distribuzione dei farmaci e stare vicino ai colleghi che erano sconvolti, scioccati. Per tre o 4 giorni abbiamo temuto anche per una collega, che non riuscivamo a trovare ma che per fortuna era solo fuori”. E’ il ricordo di Pierluigi Cortellini, nel 2016 presidente dell’Ordine dei farmacisti di Rieti e della sezione provinciale di Federfarma di cui mantiene ancora oggi la presidenza.  

Le due farmacie di Amatrice e la farmacia di Accumoli che erano all’interno deI centri abitati “erano completamente crollate”. E’ stato necessario, riferisce all’Adnkronos Salute Cortellini, “attivare una procedura di riapertura. Insieme al mio vice abbiamo lavorato intensamente per 4 o 5 giorni, in una situazioen in cui gli uffici non esistevano più, con il Comune inagibile e lo choc della popolazione. Un’esperienza difficile da dimenticare. Per fortuna, per quanto riguarda la riattivazione delle farmacie, abbiamo risolto subito la questione. Da presidente dell’Ordine potevo muovermi su più fronti sull’aspetto legale e burocratico e potevo intervenire sull’aspetto più economico con Federfarma”.  

Fondamentale, poi, è stata “la solidarietà dei colleghi volontari “arrivati proprio per dare una mano ai farmacisti nelle strutture provvisorie che erano state create, rimaste senza dipendenti. Abbiamo fatto dei turni per non lasciare mai da soli i titolari”. Successivamente queste le 2 farmacie di Amatrice “sono state ricollocate all’interno di un centro commerciale prefabbricato, donato da un catena della grande distribuzione. Anche quella di Accumoli è stata spostata in un centro commerciale più piccolo”. Oggi le farmacie sono ancora là, “una soluzione ormai definitiva”, conclude Cortellini. 

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webinfo@adnkronos.com (Web Info)

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