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Marco Follini: “Un racconto all’House of Card per salvare l’interesse per la politica”

(Adnkronos) – “C’è una serie televisiva che in questi giorni va per la maggiore. Si intitola ‘The american experiment’ e racconta a un dipresso la nascita degli Stati Uniti e il percorso che li condusse, un passo dopo l’altro, alla redazione della loro Costituzione e dei relativi emendamenti successivi. E’ una storia avvincente per chi ama la politica. Ma anche una storia istruttiva. Dà il senso di un percorso tutt’altro che lineare, attraversato da molti conflitti, eppure giunto infine a un esito che pare avere in sé un suo senso compiuto. E’ la descrizione di un sistema politico ‘inventato’ che di lì in poi sarebbe andato incontro a vicissitudini drammatiche ma che non avrebbe mai archiviato il valore di quella fatica iniziale e anche di quelle dispute.  

La serie americana dovrebbe forse aiutarci a trovare una chiave migliore per raccontare la storia politica italiana. Rendendola per quanto possibile meno divisiva e forse anche meno celebrativa. Ma cercando di dare il maggior risalto al significato della fatica istituzionale che abbiamo alle spalle. Se ripercorriamo il tracciato della nostra assemblea costituente ci imbattiamo in alcuni passaggi cruciali che sarebbero degni della nostra migliore sceneggiatura. Quando, ad esempio, Togliatti rovesciò la posizione del partito comunista e a sorpresa decise di votare a favore dell’articolo 7, riconoscendo così i patti del Laterano. O quando i democristiani convinsero il loro collega La Pira a ritirare la sua proposta secondo cui la Costituzione veniva promulgata “in nome di Dio”. Narrazioni che potrebbero essere di alto impatto emotivo e mediatico e che invece per una sorta di pigrizia collettiva vengono lasciate incustodite nel recinto di pochi specialisti della materia.  

Insomma, è quasi sempre la ritualità che prevale sulla fantasia narrativa. Come se noi riuscissimo a parlare di questi temi solo nelle due opposte chiavi della celebrazione ovvero della polemica. Quando invece dovrebbe essere proprio il loro tratto avventuroso, quasi nascosto nelle pieghe, la chiave migliore per cercare di rendere l’argomento più appassionante (e magari anche più significativo per le nuove generazioni).  

Il fatto è che i nostri media, da tempo immemorabile fanno del loro meglio per girare alla larga da tutto quello che potrebbe rendere più avvincente il racconto della politica. I media del presente, ovviamente. Ma anche quelli del passato. Non c’è quasi mai un documentario, una fiction che raccontino e indaghino i nostri retroscena più profondi. E non c’è quasi mai una rievocazione che sappia mescolare con un briciolo di sapienza narrativa le luci e le ombre delle grandi figure e delle grandi controversie che militano alle nostre spalle.  

Gli americani hanno prodotto House of Cards, ad esempio. I danesi hanno prodotto Borgen. Noi, niente di tutto questo. In compenso produciamo ogni sera al telegiornale o nei talk show una sfilza di dichiarazioni che sembrano fatte con lo stampino, tanto si assomigliano a quelle della sera prima e a quelle, immancabili, del giorno dopo. Questa disparità colpisce soprattutto per il fatto che noi in realtà siamo un paese iperpoliticizzato. Cosa della quale ci lamentiamo come è d’obbligo. Senza capire che questo eccesso di produzione di fatica politica -produzione di addetti ai lavori, di saggi anche ben scritti, di umori popolari diffusi, di piazze affollate, di sentimenti importanti- evapora quando poi si accende la televisione. 

Ora, i nuovi media potrebbero rendere a questo punto meno improba la fatica di scavare nella profondità del nostro racconto pubblico. E può darsi che queste novità tecnologiche prima o poi ci avvicineranno a risultati meno deludenti di quelli raccolti fin qui. Resta il fatto che noi, il paese che siamo, abbiamo un gran bisogno di fare pace con la politica. Sfrondandola da certe sue quotidianità. E cercando piuttosto di mettere meglio a fuoco il senso di quello che ci è capitato. Impresa che richiederebbe acume, ironia, fantasia, profondità. Tutte doti che non sarebbero poi troppo al di là della portata di tutti noi”. (di Marco Follini) 

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