PISA – Il caso dell’ex Ilva di Taranto non rappresenta solo un’emergenza ambientale e occupazionale, ma si è trasformato nel tempo in una profonda crisi di fiducia verso le istituzioni e la politica. È la conclusione a cui giunge una ricerca condotta dall’Università di Pisa in collaborazione con la University of South Carolina, pubblicata sulle pagine della rivista scientifica Administrative Science Quarterly.
Lo studio, a firma di Elisa Giuliani e Andrew Spicer, ha analizzato le ripercussioni psicologiche e sociali sugli operai costretti a scegliere tra il diritto alla salute e il mantenimento del posto di lavoro. I ricercatori hanno esaminato oltre tremila pagine di documenti, diciassette ore di filmati e 230 testimonianze, conducendo tra il 2020 e il 2025 interviste dirette su un campione di cinquantasei lavoratori ed ex dipendenti dell’impianto siderurgico.
L’indagine individua due momenti storici decisivi nella percezione degli addetti. Il primo risale al 2008, quando lo scandalo della contaminazione da diossina portò all’abbattimento di circa 1.200 pecore negli allevamenti limitrofi. In questa fase, l’inquinamento cessa di essere considerato un elemento normale della vita di fabbrica e inizia a essere inquadrato come un danno reale. Il secondo snodo coincide con la crisi del 2012, anno in cui la magistratura dispose il sequestro di alcune aree dello stabilimento. In quell’occasione, circa ottomila lavoratori scesero in piazza per opporsi alla chiusura, sintetizzando il proprio dramma in una frase emblematica raccolta durante le interviste: “Meglio il cancro dopo che perdere il lavoro adesso”.
L’analisi scardina alcune letture tradizionali del fenomeno. Gli operai, pur essendo consapevoli dei rischi sanitari, non difendono l’azienda in sé, ma il proprio impiego, considerato l’unica fonte di sostentamento per mantenere le famiglie e per far fronte alle stesse spese mediche causate dalle patologie ambientali. A questo isolamento interno si somma una rottura con l’esterno: una parte dei movimenti ambientalisti e della società civile ha talvolta etichettato i dipendenti come ‘assassini’, accusandoli di complicità con i vertici.
Questa duplice pressione genera ciò che i ricercatori definiscono ‘trappola del doppio fallimento’. “Da una parte, gli operai ritengono di non poter lasciare l’azienda senza mettere a rischio il proprio sostentamento e le reti familiari e sociali dalle quali dipendono”, spiega Elisa Giuliani. “Dall’altra, non credono più che gli organismi di controllo, lo Stato o la politica possano proteggerli, riparare il danno o offrire una via d’uscita praticabile”.
L’assenza di tutele sposta quindi le responsabilità dall’impresa all’intero apparato statale. “Quando gli operai vengono lasciati di fronte alla scelta tra salute e lavoro senza una soluzione concreta, la responsabilità non viene più attribuita soltanto all’azienda, ma anche agli organismi di controllo, alla politica e allo Stato”, aggiunge la docente dell’Ateneo pisano. “Quando chi è già vittima, ed è insieme parte dell’organizzazione che produce il danno, subisce una seconda vittimizzazione si apre una frattura profonda nella cittadinanza. Ed è proprio quella frattura a indebolire l’unione che darebbe a entrambi la forza di ottenere giustizia”.
Il monito finale riguarda l’approccio alle future crisi industriali. “L’Ilva è forse un caso estremo, ma non è isolato: e finché continueremo a leggerlo come una scelta esclusiva tra due alternative tra salute e lavoro, le politiche continueranno a muoversi nella direzione sbagliata. Quel trade-off tratta il diritto alla salute e alla vita come merce di scambio. Ma quei diritti umani non si scambiano: sono inderogabili, inalienabili, e vanno garantiti come tali”, conclude Giuliani.
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