PISA – Un minuscolo e misterioso punto rosso, perso in mezzo allo sfavillio delle galassie dell’universo primordiale. È questo l’oggetto celeste, immortalato dal telescopio spaziale James Webb, che sta tenendo col fiato sospeso la comunità astronomica internazionale. Ribattezzato ‘Capotauro’ dal suo scopritore, l’astrofisico Giovanni Gandolfi (ispiratosi al nome di un rilievo della sua Emilia Romagna), questo corpo si colloca temporalmente a meno di 100 milioni di anni di distanza dal Big Bang.
Fino a oggi, la scienza si è divisa su due possibili interpretazioni della sua natura: da un lato l’ipotesi che si tratti della più remota galassia primordiale mai vista, dall’altro la teoria secondo cui sarebbe una nana bruna estremamente fredda, ovvero una ‘stella fallita’ grande quanto il pianeta Giove che transita nella Via Lattea emettendo una fievole luce a infrarossi.
A sparigliare le carte è arrivato uno studio del team di ricerca della Scuola Normale di Pisa, guidato dal professor Andrea Ferrara. I risultati, pubblicati sulla rivista The Open Journal of Astrophysics e ripresi con un’intervista al docente dal prestigioso periodico Science, avanzano una terza e affascinante spiegazione: ‘Capotauro’ sarebbe una rarissima supernova a instabilità di coppia.
L’intuizione dei ricercatori toscani si fonda su un’anomalia luminosa. Mettendo a confronto la prima immagine scattata nel 2022 con una seconda rilevazione effettuata a due anni di distanza, è emerso che il corpo celeste ha incrementato la propria luminosità del 20%. Un simile balzo luminoso è incompatibile con il comportamento di una nana bruna o di una galassia, ma coincide perfettamente con le dinamiche di una supernova a instabilità di coppia.
Si tratta di un evento catastrofico che coinvolge astri mastodontici formati quasi esclusivamente da elio e idrogeno, privi degli elementi pesanti generati dall’evoluzione cosmica. All’interno del loro nucleo, l’energia dei raggi gamma può tramutarsi in coppie di elettroni e positroni; un processo che priva la stella della pressione necessaria a sorreggere i propri strati esterni, innescando un collasso gravitazionale che sfocia in una colossale esplosione termonucleare.
Il team pisano ha incrociato le previsioni teoriche sulla curva di luce di questa tipologia di supernova con i dati visivi di ‘Capotauro’, trovando un’ottima corrispondenza. A tal proposito, Ferrara e i suoi colleghi dichiarano: “La curva di luce che meglio si adatta ai dati indica una stella con una massa almeno 250 volte superiore a quella del nostro Sole, esplosa meno di 300 milioni di anni dopo il Big Bang”.
Per avere la validazione definitiva della teoria, il mondo scientifico dovrà attendere una terza osservazione telescopica, in programma tra un anno o più, durante la quale la luminosità dell’oggetto dovrebbe subire un crollo drastico. Se confermata, la scoperta dimostrerebbe l’esistenza effettiva di queste esplosioni, offrendo per la prima volta agli studiosi la visione di una galassia abitata da stelle giganti di primissima generazione, alimentate dai gas scaturiti direttamente dal Big Bang.
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