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Valditara: “Burqa vietato e corsi di italiano obbligatori”, un confronto con gli altri Paesi europei

Il ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara ha annunciato per novembre una “grande assise” sull’integrazione degli studenti stranieri, aperta a partiti, sindacati, docenti ed esperti. Lo ha detto in un’intervista al Corriere della Sera, rispondendo alla sollecitazione di Ernesto Galli della Loggia, componente della commissione ministeriale per le indicazioni nazionali, che sul quotidiano aveva posto il tema. Tra le misure al vaglio spiccano il divieto del burqa a scuola e i corsi di italiano obbligatori per i genitori stranieri.

Dietro l’annuncio c’è un impianto già delineato, che il ministro ha illustrato punto per punto, e che si inserisce in un dibattito che da anni attraversa anche altri Paesi europei alle prese con la stessa transizione demografica nelle aule.

“Integrazione, non inclusione”: la distinzione al centro della linea Valditara

Il ministro parte da una distinzione concettuale che considera decisiva. “Sono per l’integrazione e non per l’inclusione”, ha dichiarato al Corriere, spiegando che l’inclusione, nella sua lettura, rischia di tradursi nell’accettazione acritica di pratiche in contrasto con la Costituzione, mentre l’integrazione presuppone “inserire la persona in un sistema di regole condivise”.

È su questa base concettuale che si innesta la proposta di un emendamento al ddl Sicurezza per vietare il burqa a scuola.

Il divieto di burqa e le misure sui genitori stranieri

Valditara ha collegato il divieto a un pacchetto più ampio, che include corsi di italiano obbligatori per i genitori stranieri, pensati per evitare che, come ha detto, uno studente “disimpari a casa quanto appreso in classe”.

Alla domanda su un possibile rischio, cioè che alcune famiglie tengano le figlie lontane dalla scuola pur di non rinunciare al velo integrale, il ministro ha risposto richiamando strumenti già in vigore: “col decreto Caivano” la mancata iscrizione scolastica dei figli è punita con la reclusione fino a due anni per i genitori, e Valditara ha aperto anche all’ipotesi di revocare il permesso di soggiorno a chi non manda i figli a scuola.

I numeri: dove si concentrano gli studenti stranieri e il divario di competenze

Gli studenti che a scuola vengono classificati come stranieri sono poco più del 10% del totale nazionale, ma la distribuzione territoriale è molto diseguale: alla primaria la Lombardia arriva al 22%, l’Emilia-Romagna al 24%, mentre Campania e Puglia restano al 5,2% e la Sardegna addirittura al 3,9%. Sul fronte della dispersione scolastica il ministro segnala un miglioramento, dal 30,1% del 2022 al 26,2% attuale tra gli studenti stranieri, un dato che, secondo le previsioni, continuerà a migliorare.

Più delicato il capitolo delle competenze. Secondo i dati Invalsi citati da Valditara, in terza media il divario in matematica tra studenti italiani e stranieri è di trenta punti, da 204 a 173, e in italiano il divario è ancora più ampio: 201,3 contro 158,9. Un’eccezione riguarda l’inglese, dove gli studenti stranieri risultano in media più preparati dei coetanei italiani.

Come rileva l’Ocse-Pisa, questi divari vanno letti insieme al fattore socioeconomico delle famiglie.

Tetto del 30% nelle classi e politiche abitative: il nodo dei “quartieri ghetto”

Tra le misure già avviate, Valditara cita l’Agenda Nord per le periferie urbane, 13 milioni di euro per corsi pomeridiani, il piano estate, i tutor per la didattica personalizzata e la specializzazione di 1.000 docenti nell’insegnamento dell’italiano a stranieri. Un numero che, rapportato alle circa trecentomila classi italiane, appare limitato: il ministro lo giustifica spiegando che la platea di riferimento sono le classi con più del 20% di alunni stranieri neoarrivati, concentrate soprattutto nelle periferie del Nord e del Centro e nelle aree rurali di Lombardia ed Emilia-Romagna, dove il tetto normativo del 30% di alunni stranieri per classe risulta difficile da rispettare.

Per questo, ha annunciato, il ministero intende rivedere i criteri di ripartizione territoriale degli studenti, coinvolgendo anche gli enti locali sul fronte delle politiche residenziali, “per scoraggiare quartieri ghetto”.

Cittadinanza: la posizione sullo ius scholae

Alla domanda su un possibile ius scholae, cioè sulla possibilità di concedere la cittadinanza al termine del percorso scolastico obbligatorio, Valditara ha ricordato che il sistema attuale già prevede l’acquisizione della cittadinanza dopo dieci anni di presenza regolare, sottolineando che “è già il percorso della scuola dell’obbligo” a coincidere in gran parte con quella tempistica.

Come affrontano il tema gli altri Paesi europei

Il confronto con altri sistemi scolastici europei aiuta a inquadrare meglio le proposte italiane, che su alcuni fronti hanno precedenti diretti e su altri restano più radicali di quanto già sperimentato altrove.

Francia, il precedente del divieto ai simboli religiosi

Il modello più citato nel dibattito sul burqa a scuola resta quello francese. Dal 2004 una legge vieta nelle scuole pubbliche l’esibizione di simboli religiosi “ostentati”, inclusi velo islamico, kippah e croci di grandi dimensioni: la norma fu approvata a larghissima maggioranza parlamentare, in nome del principio di laicità dello Stato. Nel 2023 il perimetro è stato esteso all’abaya, la lunga veste che copre le forme del corpo femminile, considerata un simbolo di appartenenza religiosa anche se priva di un fondamento coranico esplicito.

Danimarca, l’obbligo di asilo nido nei quartieri a forte concentrazione migratoria

Negli anni scorsi, Copenaghen ha introdotto il cosiddetto “pacchetto ghetto”. In base a questo provvedimenti, i quartieri con una quota di immigrati non occidentali superiore al 50% prevede pene inasprite per alcuni reati e l’obbligo, per i genitori, di iscrivere i figli all’asilo nido già dal secondo anno di vita. La stessa impostazione è stata applicata anche alle politiche abitative, con piani per ridurre la quota di edilizia popolare in quelle aree entro il 2030.

Il modello danese è però oggi sotto esame della Corte di giustizia dell’Unione europea, che a dicembre 2025 ha sollevato dubbi sulla compatibilità della normativa con il divieto di discriminazione fondata sull’origine etnica, segnalando come la distinzione tra immigrati “occidentali” e “non occidentali” rischi di configurare una discriminazione diretta.

I modelli scolastici europei: inserimento diretto o classi separate

Sull’organizzazione didattica, lo stesso Valditara ha più volte richiamato in pubblico una mappa dei sistemi europei che aiuta a collocare la proposta italiana. L’Italia, insieme a Lettonia, Repubblica Ceca e Slovacchia, applica un modello di inserimento diretto degli studenti stranieri nelle classi ordinarie fin dal primo giorno.

Germania e Francia adottano invece un sistema misto-flessibile, in cui gli alunni neoarrivati seguono solo una parte dell’orario nelle classi regolari e il resto in gruppi dedicati al potenziamento linguistico, come le Willkommensklassen tedesche, prima di un inserimento più pieno. Questo modello rappresenta il termine di paragone più diretto per un’eventuale revisione del modello italiano.

Germania, la cittadinanza più rapida per chi nasce sul territorio

Sul fronte della cittadinanza, la Germania ha scelto una direzione opposta a quella italiana. La riforma entrata in vigore nel giugno 2024 ha abbassato da otto a cinque anni il periodo minimo di residenza legale richiesto per la naturalizzazione, riducibile a tre anni in caso di “integrazione particolarmente riuscita”, e ha esteso il riconoscimento automatico della cittadinanza ai bambini nati in Germania da genitori stranieri, purché almeno uno dei due risieda legalmente nel Paese da oltre cinque anni.

Perché la questione riguarda anche le tendenze demografiche di lungo periodo

A causa della crisi demografica, la quota di studenti stranieri in Italia è destinata a crescere nei prossimi anni. Le scelte compiute oggi incideranno quindi non solo sull’equità del sistema educativo, ma sulla composizione stessa della società italiana nei prossimi decenni.

In copertina: il ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara (Ipa/Ftg)

Giovani

content.lab@adnkronos.com (Redazione)

© Riproduzione riservata

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