Ipertensione in gravidanza, fino a una donna su 7 è a rischio: l’Oms lancia l’allarme sulla preeclampsia

L’ipertensione complica tra il 10% e il 15% delle gravidanze nel mondo e contribuisce a circa 42mila morti materne ogni anno. Può comparire anche in donne che prima della gestazione non avevano problemi di pressione e, nelle forme più gravi, mettere in pericolo sia la madre sia il bambino. Per affrontare un’emergenza sanitaria che provoca anche oltre 500mila morti fetali e neonatali all’anno, l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ha lanciato un nuovo piano globale contro i disturbi ipertensivi della gravidanza, con interventi programmati fino al 2035.

Al centro dell’iniziativa c’è soprattutto la preeclampsia, una complicanza che si manifesta generalmente dopo la ventesima settimana di gravidanza e può evolvere nell’eclampsia, caratterizzata da convulsioni potenzialmente fatali. Secondo l’Oms, la preeclampsia interessa circa il 3-5% delle gravidanze a livello mondiale, mentre il dato più ampio del 10-15% comprende tutti i disturbi ipertensivi, inclusa l’ipertensione gestazionale.

Il nuovo programma punta a migliorare diagnosi precoci, accesso ai farmaci e assistenza ostetrica, soprattutto nei Paesi dove anche la semplice misurazione della pressione può essere difficile. Ma il documento individua una lacuna più profonda: nonostante decenni di ricerca, non esistono ancora farmaci sviluppati specificamente e autorizzati per prevenire o trattare la preeclampsia o l’eclampsia. Le terapie attualmente disponibili possono ridurre il rischio di complicazioni e controllare alcune manifestazioni della malattia, ma non risolvono tutte le difficoltà legate alla sua origine e alla sua evoluzione.

Preeclampsia in gravidanza: quali sono i sintomi e chi rischia di più

La preeclampsia è una complicanza della gravidanza che può compromettere il funzionamento di diversi organi, tra cui reni, fegato e cervello, e alterare la funzione della placenta. Si manifesta generalmente dopo la ventesima settimana di gestazione, con un aumento della pressione arteriosa pari o superiore a 140/90 mmHg, accompagnato dalla presenza di proteine nelle urine o da altri segnali di compromissione degli organi materni e della placenta.

La malattia può svilupparsi anche senza sintomi evidenti, tanto che l’aumento della pressione viene talvolta individuato soltanto durante i controlli prenatali. Quando presenti, i sintomi possono comprendere mal di testa intenso e persistente, disturbi della vista come annebbiamento o comparsa di macchie luminose, dolore nella parte superiore dell’addome, nausea e vomito dopo il primo trimestre e gonfiore improvviso di mani e volto. Questi segnali non indicano necessariamente una preeclampsia, ma richiedono una valutazione medica tempestiva, soprattutto se associati a pressione elevata. La preeclampsia può manifestarsi anche dopo il parto, quando le complicanze più gravi possono rendere necessario un intervento medico urgente.

Il rischio aumenta in presenza di alcune condizioni, fra cui obesità, diabete, malattie renali e ipertensione preesistente. Anche le gravidanze gemellari, la prima gravidanza e una storia familiare di preeclampsia sono considerate fattori di rischio.

Le conseguenze possono essere particolarmente serie. Nei casi più gravi la malattia può provocare eclampsia, danni agli organi, distacco della placenta e sindrome HellpP, una complicanza caratterizzata da alterazioni del sangue e della funzionalità epatica. Per il bambino aumentano i rischi di crescita fetale insufficiente, nascita prematura e morte perinatale.

L’Oms ricorda che molte di queste complicazioni possono essere prevenute o gestite attraverso controlli tempestivi e trattamenti appropriati. La prevenzione comprende la misurazione regolare della pressione e, quando indicato, l’esame delle urine per verificare la presenza di proteine. Nelle donne ad alto rischio può essere prescritta aspirina a basso dosaggio, mentre nelle popolazioni con un’assunzione alimentare insufficiente di calcio è raccomandata, secondo le condizioni previste dalle linee guida, un’integrazione specifica.

Per prevenire le convulsioni nelle forme gravi viene utilizzato il solfato di magnesio, capace di ridurre di oltre la metà il rischio di evoluzione verso l’eclampsia. La disponibilità di questi trattamenti, tuttavia, resta molto diseguale fra i diversi sistemi sanitari.

Un altro elemento emerge dalla documentazione scientifica dell’Oms: la preeclampsia non è un problema che necessariamente termina con la nascita del bambino. Le donne che hanno sofferto di disturbi ipertensivi durante la gravidanza presentano negli anni successivi un rischio maggiore di ipertensione cronica, malattie cardiovascolari, ictus e patologie renali. Anche i bambini esposti durante la vita fetale possono avere conseguenze a lungo termine, in parte associate alla prematurità e a un maggiore rischio di disturbi metabolici e cardiovascolari.

La storia clinica della gravidanza diventa quindi rilevante anche per la prevenzione cardiovascolare futura. Una donna che ha avuto preeclampsia dovrebbe segnalarlo ai medici che la seguiranno negli anni successivi, affinché il rischio individuale possa essere valutato e monitorato.

Perché la mortalità materna resta elevata

I disturbi ipertensivi sono responsabili di circa il 16% delle morti materne nel mondo. Il peso maggiore ricade sui Paesi a basso e medio reddito, dove una complicanza che potrebbe essere individuata e trattata precocemente può diventare fatale per la mancanza di attrezzature, personale sanitario o servizi di emergenza.

L’Oms individua problemi che riguardano anche strumenti essenziali: misuratori di pressione, test delle proteine urinarie e medicinali come antipertensivi e solfato di magnesio. A questi si aggiungono la difficoltà di raggiungere strutture sanitarie attrezzate, la mancanza di collegamenti fra i centri di assistenza e i ritardi nei trasferimenti delle pazienti.

La geografia delle cure pesa quindi sull’esito della gravidanza. Le donne che vivono in aree isolate, in condizioni di povertà o in territori colpiti da guerre e crisi umanitarie incontrano ostacoli maggiori nel ricevere assistenza tempestiva.

In Italia il quadro è differente, ma i disturbi ipertensivi restano fra le cause di mortalità materna. Secondo i risultati della sorveglianza ItOSS, coordinata dall’Istituto superiore di sanità, tra il 2011 e il 2021 sono state registrate 776 morti materne, considerando il periodo dal concepimento fino a un anno dopo la conclusione della gravidanza. Il 42% dei decessi analizzati è stato giudicato evitabile. Fra le principali cause dirette figurano emorragie, tromboembolie, sepsi e disturbi ipertensivi.

I dati dell’Iss mostrano che il Paese dispone di un sistema di sorveglianza strutturato, capace di analizzare gli eventi gravi e individuare interventi per prevenirli. Nel periodo 2011-2019 il rapporto di mortalità materna è stato stimato in 8,4 decessi ogni 100mila nati vivi, un livello relativamente basso nel confronto internazionale.

La qualità dell’assistenza dipende però anche dalla tempestività dei controlli. Secondo il Rapporto sull’evento nascita in Italia relativo al 2025, il 93,8% delle gravidanze è stato seguito con più di quattro visite ostetriche. Le differenze emergono soprattutto nell’accesso precoce: la prima visita oltre il primo trimestre riguarda l’1,7% delle donne italiane e il 9,8% delle cittadine straniere.

Anche la prevenzione individuale continua ad avere un ruolo importante. L’attività fisica durante la gravidanza, quando compatibile con le condizioni cliniche della donna, è associata a una riduzione del rischio di alcune complicanze, comprese ipertensione gestazionale e preeclampsia. Non sostituisce tuttavia il monitoraggio ostetrico né le misure farmacologiche eventualmente indicate per le gravidanze ad alto rischio.

Il nuovo piano Oms 2026-2035

Il programma presentato dall’Oms definisce un percorso decennale per ridurre decessi e complicazioni associati all’ipertensione in gravidanza. Il piano nasce dal confronto fra oltre 140 rappresentanti di istituzioni sanitarie, ricerca, associazioni professionali e organizzazioni internazionali, riuniti a Kigali, in Ruanda, nel maggio 2026. Da quell’incontro sono emerse venti domande scientifiche prioritarie sulle quali indirizzare investimenti e nuove sperimentazioni.

La ricerca dovrà concentrarsi soprattutto su strumenti capaci di identificare più precocemente le donne a rischio, migliorare la diagnosi e sviluppare trattamenti più efficaci. Un ambito riguarda i biomarcatori angiogenici, sostanze misurabili nel sangue collegate al funzionamento della placenta, che possono contribuire alla valutazione della malattia.

Il programma affronta anche la carenza di medicinali progettati specificamente per la preeclampsia. L’Oms osserva che gli investimenti si sono concentrati maggiormente sulla diagnostica, mentre la ricerca di nuovi farmaci preventivi e terapeutici è rimasta relativamente trascurata.

La roadmap individua cinque aree di intervento: ricerca e innovazione, linee guida cliniche, accesso ai farmaci e agli strumenti diagnostici, applicazione delle raccomandazioni nei sistemi sanitari e responsabilità delle istituzioni.

Le scadenze sono già definite. Entro la fine del 2027 l’Oms e le organizzazioni partner prevedono di pubblicare linee guida globali consolidate sulla gestione dei disturbi ipertensivi in gravidanza, cercando di ridurre le differenze fra le raccomandazioni attualmente utilizzate nei diversi Paesi. Dal 2028 dovrebbe intensificarsi la formazione degli operatori sanitari e il sostegno all’applicazione delle indicazioni nei servizi. Il documento non introduce quindi immediatamente nuovi obblighi clinici o nuove terapie per tutte le donne in gravidanza. Stabilisce priorità e strumenti che governi, ricercatori e sistemi sanitari potranno adottare nei prossimi anni.

Fra gli obiettivi operativi figura anche un miglioramento della disponibilità dei trattamenti già esistenti. Entro il 2028 dovrebbero essere predisposti piani coordinati per lo sviluppo, l’autorizzazione e l’introduzione nei sistemi sanitari dei prodotti considerati prioritari, con particolare attenzione ai Paesi a basso e medio reddito. La roadmap prevede infine un monitoraggio dei risultati fino al 2035, con indicatori sulla disponibilità delle cure, sull’attuazione degli interventi e sulla riduzione delle complicazioni materne e neonatali. Il primo passaggio sarà l’elaborazione delle nuove raccomandazioni cliniche, previsto per la fine del 2027.

 

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