Quasi un diplomato su due, se potesse, cambierebbe scuola superiore o indirizzo. È quanto emerge dal Rapporto sul Profilo dei Diplomati 2025 di AlmaDiploma, basato su circa 24.000 interviste raccolte alla vigilia dell’esame di Stato. Di questi il 44,7% cambierebbe percorso.
Un dato enorme che ha inevitabili ripercussioni sulla soddisfazione lavorativa delle donne e degli uomini italiani e sulla produttività del Paese. È la misura di un corto circuito strutturale: il sistema scolastico italiano 5-3-5 (anni) chiede a un ragazzo di 13 anni, ancora acerbo per decidere il proprio futuro, di scegliere a quale scuola affidare la propria formazione e gran parte del proprio futuro.
Come rileva il portale di orientamento Rai Scuola, “Istruzione, formazione professionale e Its Academy vengono ancora percepiti come gradini di una scala di valore, piuttosto che percorsi diversi ma equivalenti”. Il risultato è che molti studenti arrivano alla maturità con la sensazione di aver imboccato la strada sbagliata, spesso non per colpa loro ma perché nessuno li ha orientati adeguatamente. O perché il momento della scelta è arrivato troppo presto.
Quanti si pentono e in che misura
L’insoddisfazione emersa dal rapporto ha diverse gradazioni.
Un diplomato su 4 (il 23,4%) cambierebbe sia la scuola che l’indirizzo, per fare una vera e propria tabula rasa. Il 12,2% cambierebbe solo l’istituto mantenendo il percorso scelto, mentre il 9,1% farebbe il percorso inverso: stesso istituto, indirizzo diverso.
Le differenze di genere non sono trascurabili: le studentesse mostrano un tasso di pentimento più alto (46,8%) rispetto ai compagni maschi (42,2%). Il divario riflette, almeno in parte, le pressioni e le aspettative sociali che ancora condizionano le scelte formative femminili in Italia, spingendo molte ragazze verso percorsi liceali percepiti come “più adatti” che però non rispondono alle loro aspirazioni reali.
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La classifica degli insoddisfatti per indirizzo
Gli istituti professionali guidano la classifica degli scontenti: il 50,9% dei diplomati cambierebbe scelta. Nessun indirizzo registra la punta più alta percentuale di voler fare “tabula rasa” (31,2%). Questi studenti si sentono penalizzati su due fronti contemporaneamente, sia nella preparazione all’università che nell’ingresso nel mondo del lavoro.
Seguono i licei, con il 44,4% di diplomati pentiti, con grandi differenze tra i vari indirizzi.
Il liceo linguistico è il caso più critico, con il 54,1% di insoddisfatti, una percentuale superiore perfino a quella dei professionali. All’opposto, il liceo classico si rivela il percorso più “solido”: il tasso di insoddisfazione si ferma al 37,7%, il più basso di tutti.
Il paradosso del classico, spesso descritto come “inutile” nel dibattito pubblico, è che chi lo sceglie tende a farlo con maggiore consapevolezza, e raramente se ne pente.
Gli istituti tecnici registrano la quota più alta di conferme, ma il tasso di insoddisfazione che si attesta comunque al 43,7%. Un risultato che suggerisce come i percorsi più direttamente connessi al mercato del lavoro generino aspettative più realistiche e, di conseguenza, meno delusioni, anche se lo scarto dalla media di maturati “pentiti” è di solo un punto percentuale.
Le ragioni del pentimento
È importante sottolineare che spesso la causa principale del pentimento non è la scuola in sé, ma la crescita personale. Il 33,9% dei diplomati spiega di aver scoperto, nel corso dei cinque anni, interessi e attitudini diverse rispetto a quando ha scelto. Tra i diplomati presso istituti tecnici, questa motivazione sale al 37,3%, probabilmente perché i percorsi tecnici sono più rigidi nella loro specializzazione e lasciano meno spazio alla ridefinizione delle proprie inclinazioni.
Al secondo posto vengono le preoccupazioni legate al futuro post-diploma. Il 13,9% avrebbe voluto una preparazione migliore per l’università: questa lamentela è più sentita dalle ragazze. Il 12,1% avrebbe preferito un percorso più orientato al lavoro: questa è soprattutto una preoccupazione maschile. I diplomati presso gli istituti professionali sono i più penalizzati su entrambi i versanti.
Circa il 9,5% individua nelle infrastrutture e nell’organizzazione scolastica la principale ragione della propria insoddisfazione. Il 9,3% critica invece la qualità della preparazione o il rapporto con i docenti, una percentuale che tocca il picco del 13,1% nel liceo classico, probabilmente perché, rispetto alla media, gli insegnanti sono più esigenti.
Il paradosso della soddisfazione
C’è un dato che sembra contraddire tutto il resto: il 57% dei “pentiti” si dichiara comunque soddisfatto dell’esperienza scolastica vissuta. Come si spiega questa percentuale? I ricercatori di AlmaDiploma interpretano questo apparente ossimoro distinguendo due livelli di valutazione.
Da un lato c’è l’esperienza umana (le amicizie, le aule, i professori, i cinque anni di crescita personale) che spesso viene ricordata positivamente. Dall’altro c’è l’utilità del titolo per il futuro: l’università, il lavoro, la spendibilità delle competenze acquisite. È su questo secondo livello che monta l’ansia e l’insoddisfazione dei diplomati italiani. I ragazzi e le ragazze non rimpiangono chi erano mentre erano a scuola. Rimpiangono dove li ha portati. O dove temono che non li porterà.
Il nodo dell’orientamento: un fallimento strutturale
Oltre ai fattori psicologici e di mercato, i numeri emersi dall’indagine evidenziano il fallimento dell’orientamento in uscita dalla scuola media. L’Italia investe ancora relativamente poco in strumenti di orientamento efficaci, e il consiglio orientativo del consiglio di classe, formalmente previsto, si riduce troppo spesso a un voto o a una frase generica sul registro.
Le conseguenze si riversano su tutto il Paese. Ogni anno, in Italia, passano l’esame di maturità circa mezzo milioni di studenti. Se il 44,7% di questi lascia le scuole superiori con la sensazione di uscire dalla porta sbagliata, vuol dire che ogni anno circa 220.000 ragazzi si iscrivono all’università o cercano lavoro con meno motivazione, meno consapevolezza e meno competenze di quante ne avrebbero potuto avere.
Il legame con la crisi demografica e occupazionale giovanile italiana è immediato. In un Paese dove il 15,2% dei giovani tra 15 e 29 anni non studia, non lavora e non segue percorsi formativi, e dove il tasso di disoccupazione giovanile supera il 20%, scegliere il percorso formativo sbagliato a 13 anni può diventare una trappola difficile da abbandonare.
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Giovani
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