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martedì 10 Febbraio 2026
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Diritti umani, come cambiano le tutele in Europa (l’analisi di Human Rights Watch)

I diritti umani restano uno degli indicatori più sensibili dello stato di salute delle società contemporanee. Libertà civili, accesso alla protezione, tutela delle minoranze e condizioni materiali di vita riflettono scelte politiche che incidono direttamente su popolazioni, flussi e assetti sociali, spesso prima ancora che sugli equilibri istituzionali.

Il World Report 2026 di Human Rights Watch, giunto alla trentaseiesima edizione, osserva queste dinamiche su scala globale, analizzando oltre cento Paesi sulla base di indagini sul campo, dati ufficiali, decisioni giudiziarie e atti normativi. Il 2025 viene ricostruito come un anno di consolidamento di tendenze già in atto, più che di svolte improvvise: restringimento dello spazio civico, uso estensivo di strumenti di controllo, applicazione selettiva delle garanzie.

All’interno di questo quadro, l’Unione europea occupa una posizione particolare. Il rapporto la considera come spazio politico unitario e ne esamina politiche e prassi in materia di migrazione, stato di diritto, diritti sociali, tutela di donne e persone Lgbt, relazioni esterne. Ne emerge una sequenza di decisioni che incidono sulla composizione demografica, sull’accesso alle tutele e sulla protezione dei gruppi più esposti, con effetti differenziati nei singoli Stati membri.

Migrazione e protezione internazionale

La gestione della migrazione rappresenta uno dei campi in cui il rapporto concentra il maggior numero di evidenze. Human Rights Watch analizza il nuovo Regolamento sui rimpatri proposto dalla Commissione europea, individuando tre elementi centrali: l’estensione della detenzione amministrativa per richiedenti asilo e migranti irregolari, la riduzione delle salvaguardie contro i rimpatri verso Paesi non considerati sicuri e la possibilità di istituire centri di rimpatrio in Stati esterni all’Unione. Il quadro normativo viene letto come un rafforzamento strutturale degli strumenti di contenimento.

A questo livello si affiancano le scelte nazionali. Nel corso del 2025 diversi Stati membri hanno limitato o sospeso l’accesso alle procedure di asilo, introducendo deroghe, eccezioni o canali accelerati. Il rapporto rileva che tali misure sono state adottate senza interventi correttivi sostanziali da parte delle istituzioni europee, con un orientamento complessivo volto a ridurre i tempi di esame e ad aumentare il numero di decisioni rapide.

Gli effetti si misurano sulla valutazione individuale delle domande. Human Rights Watch segnala che la compressione delle procedure incide in modo particolare sui richiedenti provenienti da contesti complessi, sui minori non accompagnati e sulle persone con bisogni specifici di protezione, per i quali la rapidità amministrativa può tradursi in una perdita di garanzie.

Il rapporto richiama inoltre l’espansione degli accordi di cooperazione con Paesi terzi incaricati di contenere le partenze. In più casi si tratta di governi caratterizzati da violazioni documentate dei diritti umani. La gestione della migrazione viene così descritta come un ambito in cui l’Unione ha progressivamente abbassato le soglie di tutela, privilegiando la deterrenza e il controllo dei flussi.

Stato di diritto e spazio civico

Accanto alla migrazione, il Rapporto mondiale 2026 dedica ampio spazio alla tenuta dello stato di diritto. Human Rights Watch utilizza indicatori istituzionali e casi documentati per valutare l’efficacia degli strumenti europei a fronte di violazioni ricorrenti su indipendenza giudiziaria, libertà dei media e separazione dei poteri. Il 2025 viene descritto come un anno di applicazione diseguale delle regole comuni.

Il caso ungherese occupa una posizione centrale. Nel marzo 2025 il Parlamento di Budapest ha approvato una legge che vieta le marce del Pride e introduce sanzioni per organizzatori e partecipanti. Il provvedimento viene inserito in una sequenza normativa che limita la visibilità delle persone Lgbt nello spazio pubblico e amplia i poteri discrezionali delle autorità. Nello stesso anno, l’Ungheria si è ritirata dalla Corte penale internazionale e ha ospitato il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, destinatario di un mandato di arresto della Cpi, senza procedere all’arresto. Secondo il rapporto, a questi atti non sono seguite misure incisive da parte del Consiglio europeo.

Human Rights Watch collega il caso ungherese a una dinamica più ampia: l’avanzata di forze politiche che promuovono restrizioni ai diritti e l’emulazione di tali politiche da parte di partiti tradizionali. Gli effetti vengono descritti in termini di riduzione dello spazio civico e di maggiore esposizione per le comunità emarginate.

Il rapporto richiama anche contesti non appartenenti all’Ue ma rilevanti per i rapporti europei. In Turchia, Paese candidato, l’arresto del sindaco di Istanbul Ekrem İmamoğlu nel 2025 e la repressione delle proteste successive vengono utilizzati per illustrare la contrazione del dissenso politico e l’uso estensivo delle forze di sicurezza. L’episodio viene inserito nel quadro della cooperazione tra Ue e Ankara su migrazione e sicurezza, evidenziando la distanza tra partenariati strategici e tutela delle libertà fondamentali.

Alle frontiere esterne dell’Unione, Human Rights Watch segnala difficoltà persistenti di accesso all’asilo nelle enclavi spagnole di Ceuta e Melilla. Prassi amministrative e requisiti burocratici continuano a limitare la possibilità di presentare domanda di protezione internazionale, incidendo in modo particolare sulle persone provenienti dall’Africa subsahariana. Il caso viene utilizzato per mostrare come l’esercizio di un diritto riconosciuto possa essere compresso senza modifiche formali alla legislazione.

Il rapporto menziona inoltre restrizioni alle manifestazioni pubbliche e l’uso estensivo di poteri di ordine pubblico in Paesi come Francia e Regno Unito. Sanzioni, divieti preventivi e interventi di polizia vengono analizzati per il loro impatto sulla libertà di espressione e di associazione, anche in contesti democratici consolidati.

Diritti sociali, genere e minoranze

Human Rights Watch dedica una sezione ai diritti economici e sociali, utilizzando dati ufficiali dell’Unione europea. Nel 2024, 93,3 milioni di persone, pari al 21% della popolazione Ue, risultavano a rischio di povertà o esclusione sociale. Il rapporto utilizza questo dato come indicatore della distanza tra impegni normativi e condizioni materiali di vita.

Strategia europea per la parità: dal voto delle neomamme alla salute riproduttiva

La disoccupazione e il lavoro discontinuo vengono indicati come fattori centrali di vulnerabilità, in particolare per giovani, migranti e lavoratori temporanei. A questi si affiancano precarietà abitativa e accesso diseguale ai servizi, che incidono sulla possibilità di esercitare diritti in modo effettivo. Le differenze territoriali tra Stati membri e all’interno degli stessi Paesi producono livelli di protezione molto variabili.

In questo contesto si inserisce la tutela dei diritti di genere. Il rapporto tratta la violenza contro le donne come indicatore trasversale delle fragilità sociali. Nel 2025, in diversi Paesi europei, il numero di casi denunciati e di femminicidi resta elevato, con forti differenze nella capacità di prevenzione, intervento e supporto alle vittime. Human Rights Watch segnala una distribuzione disomogenea dei centri antiviolenza e dei servizi di protezione, con particolare criticità nelle aree periferiche e rurali.

Per quanto riguarda le persone Lgbt, il rapporto documenta un aumento di discriminazioni, aggressioni e discorsi ostili in più Stati membri. Il blocco della Direttiva orizzontale sulla parità di trattamento viene indicato come uno degli elementi che mantengono ampie lacune nella protezione contro la discriminazione basata su orientamento sessuale, identità di genere, religione, età e disabilità, soprattutto nell’accesso a servizi, alloggio e assistenza sanitaria.

L’Italia nel quadro europeo dei diritti umani

Nel capitolo dedicato all’Italia, Human Rights Watch colloca il Paese all’interno delle stesse traiettorie osservate a livello europeo, ricostruendo il 2025 attraverso atti normativi, decisioni giudiziarie e dati amministrativi.

Sul fronte migratorio, il rapporto analizza l’attuazione degli accordi con l’Albania per la detenzione di persone migranti intercettate in mare o trasferite dal territorio italiano in attesa di rimpatrio. Nel corso del 2025, i tribunali italiani hanno bloccato tentativi successivi di processare in Albania le domande d’asilo di uomini provenienti da Paesi considerati “sicuri”. In risposta, a marzo il governo ha riconvertito la struttura in un centro di detenzione per persone già destinatarie di ordini di espulsione. Il rapporto richiama inoltre l’avvertimento del Comitato europeo per la prevenzione della tortura sui rischi di esportare un modello che presenta criticità nei centri italiani e la sentenza della Corte di giustizia Ue che, in agosto, ha rilevato il mancato rispetto degli standard sul diritto d’asilo in un caso relativo a cittadini del Bangladesh.

Human Rights Watch inserisce nello stesso quadro la cooperazione con la Libia. L’Italia ha lasciato rinnovare automaticamente il Memorandum del 2017 sulla migrazione, nonostante abusi documentati. Il rapporto cita l’apertura di un’indagine dopo che, in agosto, una motovedetta libica donata dall’Italia ha sparato contro una nave di soccorso con 87 persone a bordo, e il rinvio a giudizio di militari e ufficiali per ipotesi di omicidio colposo legate al naufragio del febbraio 2023 al largo della Calabria.

Per quanto riguarda il soccorso in mare, il rapporto segnala un uso ripetuto di misure amministrative nei confronti delle navi delle Ong. Al settembre 2025, secondo i dati riportati, il governo aveva fermato navi di soccorso 34 volte dal febbraio 2023, per un totale di 700 giorni di inattività operativa, e aveva bloccato per 20 giorni l’aereo Seabird utilizzato per individuare imbarcazioni in difficoltà. Sul piano giurisprudenziale, viene richiamata la pronuncia della Corte costituzionale che ha chiarito come l’obbligo di salvare vite possa giustificare la disapplicazione di ordini statali.

Il capitolo italiano affronta anche il tema della discriminazione. Human Rights Watch riporta le raccomandazioni della Commissione europea contro razzismo e intolleranza sulla necessità di uno studio indipendente sulla profilazione razziale e cita dati amministrativi relativi alle “red zones” urbane: nei primi sette mesi del 2025, il 42% delle persone fermate e il 76% di quelle sottoposte a misure conseguenti risultavano straniere, a fronte di una presenza di stranieri pari al 9% della popolazione.

Sul piano sociale, il rapporto segnala la legge approvata a giugno 2025 che introduce sanzioni penali più severe contro gli occupanti di immobili e contro chi li assiste, riducendo le garanzie procedurali contro gli sfratti forzati, nonostante le preoccupazioni espresse da relatori speciali delle Nazioni Unite su casa e povertà.

Per quanto riguarda i diritti delle donne, Human Rights Watch cita i dati del ministero dell’Interno: nei primi sette mesi del 2025 le donne uccise sono state 60, quasi quanto nello stesso periodo del 2024, con un aumento della quota di omicidi commessi da partner o ex partner e della percentuale di vittime di origine straniera. Il rapporto segnala l’approvazione del reato di femminicidio e lo stallo della proposta di legge che definisce il rapporto sessuale senza consenso come stupro. Sul diritto all’aborto viene citata la legge regionale siciliana volta a superare le difficoltà legate all’obiezione di coscienza e l’impugnazione del governo davanti alla Corte costituzionale.

Infine, il capitolo affronta la tutela delle persone Lgbt e lo stato di diritto. Vengono richiamate le decisioni della Corte costituzionale sulla registrazione dei figli nati da coppie lesbiche e sull’adozione per genitori omosessuali, insieme alla proposta governativa di limitare l’accesso alle cure di affermazione di genere per i minori. Sul fronte della sicurezza, Human Rights Watch segnala l’adozione del “security decree” e le critiche di organismi internazionali per l’impatto sulle libertà di espressione e associazione, e richiama l’episodio del rilascio e rimpatrio di un funzionario libico destinatario di mandato della Corte penale internazionale.

Nel suo insieme, il Rapporto mondiale 2026 restituisce un quadro in cui l’Europa, pur restando formalmente ancorata ai diritti fondamentali, mostra una gestione selettiva delle garanzie, con effetti misurabili sulle popolazioni più esposte e sulle dinamiche demografiche che attraversano il continente.

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content.lab@adnkronos.com (Redazione)

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