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Educazione affettiva nelle scuole, consenso e relazioni entrano nel referendum: cambia con la legge 104?

Più di 106mila firme in sei giorni. È il risultato raggiunto al 12 agosto dalla raccolta per il referendum sull’educazione affettiva e sessuale nelle scuole, partita online il 6 agosto sulla piattaforma del ministero della Giustizia. Sono già oltre il 22% delle 500mila sottoscrizioni necessarie per chiedere un referendum abrogativo.

Il quesito punta a cancellare integralmente la legge 9 giugno 2026, n. 104, entrata in vigore il 7 luglio e intitolata “Disposizioni in materia di consenso informato in ambito scolastico”. Una norma entrata in vigore da poco più di un mese è quindi già al centro di una mobilitazione significativa.

Dietro la raccolta firme c’è una questione che va oltre il confronto politico: chi deve decidere come e quando affrontare a scuola sessualità, affettività, consenso e relazioni?

Cosa prevede la legge 104

La legge introduce una disciplina specifica per le attività scolastiche che riguardano, nella formulazione utilizzata dal legislatore, “temi attinenti all’ambito della sessualità”.

Prevede il consenso informato preventivo dei genitori per gli studenti minorenni e la possibilità di visionare in anticipo i materiali utilizzati. Per determinate attività extracurricolari e di ampliamento dell’offerta formativa il consenso deve essere scritto e richiesto almeno sette giorni prima, indicando contenuti, finalità, modalità ed eventuali esperti esterni.

Gli studenti per i quali non viene prestato il consenso non partecipano alle attività; in alcuni casi la scuola deve predisporre un percorso alternativo. Durante queste attività, quando coinvolgono studenti minorenni, è inoltre garantita la presenza di un docente.

Per scuola dell’infanzia e primaria, invece, la legge esclude le attività didattiche e progettuali aventi per oggetto temi attinenti alla sessualità, facendo comunque salve le Indicazioni nazionali.

Il governo ha difeso il provvedimento come uno strumento per tutelare il ruolo educativo delle famiglie sulle questioni considerate più sensibili. Il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara ha inoltre ribadito che gli aspetti biologici della sessualità continuano a essere affrontati nell’ambito delle discipline scientifiche.

Cosa chiede il referendum

L’iniziativa è promossa dal Comitato “Sì educazione affettiva nelle scuole”, tra i cui portavoce figurano Fabrizio Marrazzo e Marina Zela. È stata annunciata in Gazzetta Ufficiale il 29 luglio, mentre la raccolta delle firme online è iniziata il 6 agosto. Il quesito chiede se debba essere abrogata l’intera legge 104/2026.

Questo significa anche chiarire cosa il referendum non farebbe. Una eventuale abrogazione non introdurrebbe automaticamente una materia obbligatoria nazionale chiamata “educazione affettiva e sessuale”. Eliminerebbe invece la disciplina speciale introdotta nel 2026, lasciando nuovamente alle scuole la possibilità di organizzare le attività nel quadro generale dell’autonomia scolastica e del Piano triennale dell’offerta formativa, il Ptof.

I promotori sostengono che il sistema del consenso preventivo rischi di frammentare le classi e rendere più difficile costruire percorsi continuativi. La posizione del governo è opposta: su questi temi la scelta individuale delle famiglie deve essere tutelata.

Cosa fanno oggi gli adolescenti

Per capire perché il tema non possa essere confinato a un confronto astratto tra scuola e famiglia bisogna partire dai ragazzi e dai loro comportamenti.

Secondo i dati della sorveglianza HBSC Italia, coordinata dall’Istituto Superiore di Sanità, nel 2022 aveva già avuto un rapporto sessuale completo il 21,6% dei ragazzi e il 18,4% delle ragazze di 15 anni. A 17 anni la quota saliva al 42,5% tra i maschi e al 43,6% tra le femmine. Prima della maggiore età, quindi, una parte consistente degli adolescenti ha già iniziato la propria vita sessuale.

Il dato sulla prevenzione è altrettanto rilevante. Tra chi aveva già avuto rapporti, il preservativo nell’ultimo rapporto era stato utilizzato da circa due quindicenni su tre e da poco più di sei diciassettenni su dieci. Resta quindi una quota consistente di adolescenti che nell’ultimo rapporto non ha utilizzato il preservativo, l’unico metodo contraccettivo che offre anche protezione dalle infezioni sessualmente trasmesse.

Il fenomeno non riguarda soltanto l’Italia. L’OMS Europa ha segnalato negli ultimi anni un calo dell’uso del preservativo tra i quindicenni sessualmente attivi, insieme alla persistenza di differenze sociali nell’accesso alle informazioni e agli strumenti di prevenzione. Quando le risposte non arrivano dagli adulti, arrivano comunque da qualche altra parte: amici, social network, motori di ricerca, piattaforme digitali e contenuti online. La questione non è quindi se ragazzi e ragazze entreranno in contatto con la sessualità prima della maggiore età. Per molti accade già. Il nodo è con quali strumenti imparano a interpretare ciò che vivono e le informazioni che ricevono.

Il 45% dei giovani si informa sul sesso tramite internet

Che cosa significa “educazione sessuale” a sei anni

Una delle obiezioni più ricorrenti all’introduzione dell’educazione sessuale a scuola riguarda l’età: parlare di questi temi nella scuola primaria viene spesso associato all’idea di anticipare contenuti destinati agli adolescenti o agli adulti.

L’approccio indicato dall’Organizzazione mondiale della sanità è diverso. La Comprehensive Sexuality Education viene definita come un percorso progressivo e adeguato allo sviluppo, nel quale contenuti, linguaggio e obiettivi cambiano con l’età.

Per un bambino piccolo non significa affrontare contraccezione o rapporti sessuali. Significa, per esempio, imparare a conoscere il proprio corpo, riconoscere e comunicare le emozioni, comprendere il concetto di privacy e di confine personale, rispettare quello degli altri e sapere che è possibile chiedere aiuto quando un contatto o una situazione provocano disagio.

Con la crescita il percorso si amplia. Entrano la pubertà e i cambiamenti del corpo, le relazioni affettive, il consenso, gli stereotipi, la sicurezza digitale, la condivisione di immagini intime, la prevenzione della violenza. Nell’adolescenza possono essere affrontati anche contraccezione, gravidanza, HIV e altre infezioni sessualmente trasmesse.

La differenza sta nella progressività: un bambino di sei anni e un ragazzo di diciassette non ricevono gli stessi contenuti e non vengono coinvolti con gli stessi strumenti.

È anche per questo che il lessico utilizzato nel dibattito conta. La legge 104 parla di “temi attinenti all’ambito della sessualità”. Il referendum sceglie invece la formula “educazione affettiva e sessuale”, che estende il campo a relazioni, emozioni, rispetto e consapevolezza. Due espressioni diverse, dietro le quali si intravedono anche due differenti concezioni di ciò che la scuola dovrebbe poter affrontare.

Parlarne a scuola anticipa i rapporti?

C’è poi un secondo timore: che parlare di sessualità a scuola possa anticipare l’inizio dei rapporti o incoraggiare comportamenti che le famiglie preferirebbero rimandare.

Le evidenze raccolte dall’OMS non confermano questa associazione. I programmi completi e adeguati all’età non risultano collegati a un aumento dell’attività sessuale né a un suo inizio più precoce. In diversi contesti, al contrario, sono associati a una maggiore conoscenza dei rischi, a un uso più consapevole della contraccezione e, in alcuni casi, a un avvio più tardivo della vita sessuale.

Il tema, però, non è soltanto sanitario. L’educazione sessuale contemporanea comprende anche la capacità di riconoscere una relazione sana, comprendere il consenso, rispettare i confini personali, individuare comportamenti violenti o manipolatori e muoversi con maggiore consapevolezza negli ambienti digitali.

Anche per questo la qualità dei programmi è decisiva. Qualche incontro occasionale non equivale a un percorso educativo strutturato. Contano la preparazione di docenti ed esperti, la continuità nel tempo, l’adeguatezza dei contenuti all’età, la qualità dei materiali e la possibilità per gli studenti di porre domande in un contesto affidabile.

Le ricerche internazionali insistono inoltre sul coinvolgimento delle famiglie. L’obiettivo non è sostituirle, ma affiancare al dialogo domestico una base comune di informazioni scientificamente corrette, accessibile anche a chi in casa non riesce o non può affrontare determinati argomenti.

È in questo passaggio che la parola “affettiva” acquista un significato concreto: il tema non riguarda soltanto la prevenzione di gravidanze indesiderate o infezioni, ma anche il modo in cui ragazzi e ragazze imparano a stare nelle relazioni, riconoscere i propri limiti e quelli degli altri e chiedere aiuto quando qualcosa non va.

Educazione sessuale, dove si colloca l’Italia in Europa

L’Italia arriva a questo referendum senza un insegnamento nazionale obbligatorio di educazione sessuale. In assenza di un programma comune, i percorsi sono rimasti affidati soprattutto all’autonomia dei singoli istituti, ai servizi sanitari e a progetti locali.

Un’analisi commissionata dal Parlamento europeo nel 2022 collocava l’Italia tra i Paesi dell’Unione privi di un insegnamento obbligatorio a livello nazionale, mentre molti altri Stati prevedevano programmi strutturati, pur con differenze rilevanti per età, contenuti e modalità.

La legge 104 non ha introdotto un programma nazionale: ha scelto di disciplinare il consenso delle famiglie e le condizioni per svolgere queste attività. È su questo punto che le posizioni divergono. Per il governo, il consenso preventivo tutela il ruolo educativo dei genitori. Per i promotori del referendum, rischia invece di frammentare le classi e rendere più difficile costruire percorsi continuativi.

Famiglia vs scuola

Il confronto viene spesso rappresentato come una scelta tra due soggetti: famiglia o scuola. Nella realtà i due ruoli possono essere complementari. La famiglia resta il primo luogo educativo, ma non tutti i ragazzi hanno la stessa possibilità di affrontare in casa temi come contraccezione, orientamento sessuale, relazioni violente, consenso o diffusione di immagini intime. La scuola, dall’altra parte, ha una caratteristica particolare: raggiunge quasi tutti.

L’accesso a informazioni affidabili può dipendere dall’ambiente familiare, dalla condizione sociale, dal territorio o semplicemente dalla capacità di un adolescente di porre certe domande ai propri genitori.

L’alternativa alla scuola, inoltre, non è necessariamente il silenzio. Ragazze e ragazzi cercano già risposte attraverso coetanei, social network, piattaforme digitali e contenuti online, non sempre attendibili.

Una domanda che va oltre il referendum

Perché il referendum possa proseguire servono 500mila sottoscrizioni. Poi arriveranno i controlli previsti dall’ordinamento, prima in Cassazione e quindi davanti alla Corte costituzionale per il giudizio di ammissibilità.

Le 106.278 firme raccolte nei primi sei giorni non dicono ancora se la soglia sarà raggiunta. Mostrano però quanto rapidamente un tema rimasto per anni ai margini dell’agenda nazionale sia riuscito a mobilitare una parte dell’opinione pubblica.

Il Comitato ha già chiesto anche alle candidate e ai candidati alle primarie di prendere posizione, rivendicando allo stesso tempo il carattere trasversale dell’iniziativa. Ma al di là del percorso referendario, la questione resta aperta. I dati mostrano che una parte consistente degli adolescenti arriva alla maggiore età avendo già iniziato la propria vita sessuale. Nel frattempo informazioni, immagini e modelli relazionali circolano ogni giorno attraverso smartphone, social e piattaforme digitali.

La domanda, quindi, non è soltanto se parlare di sessualità e relazioni. È con quali strumenti, in quale momento e con quale equilibrio tra famiglia, scuola e istituzioni.

Giovani

content.lab@adnkronos.com (Redazione)

© Riproduzione riservata

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