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Fertilità, non solo fecondazione assistita: l’approccio olistico e il ruolo delle aziende

Quando si parla di difficoltà ad avere un figlio, il primo pensiero corre subito a problemi di fertilità e a strumenti quali la Fecondazione in vitro (Fiv). Una ricerca pubblicata a marzo 2026 da Carrot, piattaforma globale che si occupa di salute ormonale e percorsi familiari, rivela che il dialogo tra medici e pazienti, però, si è “interrotto”. Le persone chiedono percorsi più naturali, meno invasivi e più economici, ma spesso ricevono solo la proposta della fecondazione assistita come unica via d’uscita. Cosa fare prima di arrivare ad una diagnosi tardiva? E che ruolo hanno le aziende e il welfare in questo ambito?

Cosa vogliono i potenziali genitori

Per comprendere meglio questo fenomeno, Carrot ha condotto un sondaggio su 1.010 adulti residenti in Stati Uniti, Regno Unito, Irlanda e Canada. Il campione, composto per il 56,7% da donne e per il 42,1% da uomini con un’età media di circa 34 anni, comprendeva persone che stanno attivamente cercando di concepire, che ci hanno provato negli ultimi cinque anni o che intendono farlo nei prossimi cinque. I risultati mostrano una tendenza chiarissima: i pazienti non vogliono che il sistema passi immediatamente ai trattamenti più costosi e invasivi senza prima aver esplorato altre strade.

Il paradosso della fecondazione in vitro

La Fiv è una procedura medica complessa in cui l’ovulo viene fecondato in laboratorio e poi inserito nell’utero. Sebbene sia l’opzione più conosciuta (l’89% degli intervistati sa cos’è), è anche quella che genera più resistenza. Esiste infatti un “divario” di 31 punti percentuali tra la conoscenza della procedura e la volontà di farla: solo il 58% la prenderebbe effettivamente in considerazione. I motivi principali di questa diffidenza sono l’alto costo e l’invasività del trattamento. Addirittura, l’89% delle donne dichiara che, se supportata da una guida medica, preferirebbe tentare opzioni meno invasive come primo passo.

I “pilastri dimenticati”

Un dato essenziale della ricerca riguarda l’interesse verso ambiti della medicina spesso trascurati nei percorsi di fertilità tradizionali. Uno di questi è la salute metabolica, cioè come il nostro corpo gestisce l’energia, includendo fattori come nutrizione, stile di vita e peso. Ben l’84% degli intervistati la ritiene fondamentale, ma meno della metà (44%) ne ha mai parlato con un medico durante il proprio percorso di fertilità. Inoltre, anche se la fertilità sia stata storicamente vista come una “questione femminile”, l’80% dei partecipanti vorrebbe più supporto per la salute dell’uomo, ma solo il 43% ha avuto un confronto clinico su questo tema.

Un altro ostacolo critico è la mancanza di informazione preventiva. Il 49% delle persone scopre le opzioni a disposizione (come il monitoraggio dell’ovulazione o il supporto metabolico) solo dopo aver riscontrato problemi nel concepire. Questo crea frustrazione: il 70% di chi è già in un percorso di fertilità avrebbe voluto ricevere un’educazione specifica molto tempo prima.

La fertilità in azienda: il ruolo del datore di lavoro

La ricerca di Carrot evidenzia, però, anche l’impatto diretto che la riproduzione ha sul mondo del lavoro. Per molti giovani professionisti, il supporto alla fertilità non è più un semplice “optional”, ma un fattore determinante per la scelta o la permanenza in un’azienda:

  • L’80% dei dipendenti (che sale all’85% tra le donne) dichiara che resterebbe più volentieri in un’azienda che offre una copertura completa per la fertilità.
  • L’83% degli intervistati proverebbe maggiore lealtà verso la propria assicurazione sanitaria se questa includesse percorsi di cura integrati e meno invasivi.

Secondo Tammy Sun, Ceo di Carrot, e Asima Ahmad, Chief Medical Officer, i medici e le aziende devono cambiare approccio. Non basta offrire la copertura per la Fiv; è necessario proporre una cura olistica che includa educazione precoce, supporto nutrizionale e attenzione alla salute maschile. In un mondo dove quasi una persona su tre non si sente sicura nel prendere decisioni sulla propria fertilità, l’accesso a una gamma più ampia di opzioni è la chiave per restituire fiducia e controllo ai futuri genitori.

Il rapporto tra fertilità e welfare in Italia

Nel contesto italiano, il tema della fertilità assume un peso ancora più rilevante: il Paese vive un “inverno demografico” senza precedenti, con appena 355mila nascite nel 2025 e un tasso di natalità fermo a 1,14 figli per donna, uno dei più bassi d’Europa, secondo i recenti dati Istat 2026. Non meraviglia, quindi, il ricorso alla Procreazione medicalmente assistita: quasi il 5% dei bambini nati in Italia viene alla luce grazie alla Pma, e i cicli effettuati hanno superato quota 112 mila, con un aumento costante negli ultimi anni (Registro Pma, Ministero della Salute 2025).

Anche nel nostro Paese emerge la stessa dinamica rilevata dalla ricerca Carrot: i pazienti chiedono percorsi più personalizzati, meno invasivi e più orientati alla prevenzione. Lo dimostra il boom degli integratori per la fertilità, un mercato che in Italia vale oltre 80 milioni di euro e crescerà del 66% entro il 2030 (Market Research Future, 2025).

Le aziende italiane family-friendly

Allo stesso tempo, il mondo del lavoro inizia a muoversi: sempre più aziende introducono misure family-friendly, dal sostegno economico per i figli piccoli ai programmi di preservazione della fertilità. Edison, ad esempio, è oggi uno dei casi più citati quando si parla di welfare orientato alla natalità. L’azienda ha introdotto un pacchetto che prevede 4.500 euro all’anno per ogni figlio da 0 a 3 anni e 1.200 euro all’anno per i bambini dai 4 ai 6 anni, ma anche congedi di paternità ampliati e percorsi di rientro agevolato per le madri. È un modello che sta facendo scuola perché sposta il focus dal “benefit simbolico” a un aiuto economico reale, in un momento in cui il costo della cura dei figli è uno dei principali deterrenti alla natalità nel Bel Paese.

Inoltre, iniziative come il Family Index 2025, il nuovo strumento di misurazione presentato a giugno 2025 dalla Fondazione per la Natalità, dal Forum delle Associazioni Familiari e dall’Osservatorio Ethos della Luiss, si pongono l’obiettivo di valutare quanto le aziende siano “family and natality friendly”.

Infine, se secondo il Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione, una persona su cinque teme di non riuscire ad avere i figli desiderati, la richiesta di un approccio più umano, informato e integrato alla salute riproduttiva diventa una priorità sociale oltre che clinica.

Fertilità

content.lab@adnkronos.com (Redazione)

© Riproduzione riservata

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