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In Afghanistan, spezzare un osso alla moglie costa 15 giorni di carcere

Kabul, 2026: “Quindici giorni di reclusione per aver spezzato un osso alla propria moglie, cinque mesi per aver fatto combattere degli animali”. Con la ratifica del nuovo ‘Regolamento di Procedura Penale’, il regime talebano ha sigillato così un’architettura di apartheid di genere che trasforma la violenza domestica in un dovere di disciplina e la schiavitù in uno status legale.

Tra le pieghe di 119 articoli, l’autonomia femminile viene definitivamente cancellata, riducendo milioni di vite a una condizione di impotenza appresa e trauma cronico, dove persino la voce è un crimine e la propria casa una cella di sorveglianza. Ma andiamo con ordine.

La gerarchia del dolore: l’integrità femminile sotto scacco

Il Afghanistan, la condizione delle donne è notoriamente complessa. Non possono far sentire la propria voce in pubblico, non possono allontanarsi dalla propria abitazione e non possono viaggiare da sole. Il nuovo Regolamento, firmato il 7 gennaio 2026, rivela all’Articolo 32 una realtà brutale: un marito è considerato punibile solo se percuote la moglie provocando fratture, ferite o lividi visibili. Qualora la vittima riesca a provare l’abuso davanti a un giudice, la pena per l’uomo è di appena 15 giorni di reclusione. Il paradosso giuridico esplode nel confronto con l’Articolo 70, che tutela la fauna: chiunque costringa cani, cammelli o uccelli (come galli o pernici) a combattere viene condannato a cinque mesi di prigione.

Come spiega Belquis Ahmadi, avvocata per i diritti umani e ricercatrice al Georgetown Institute per le donne, la pace e la sicurezza (Giwps), questo squilibrio invia un messaggio inequivocabile: nel sistema legale dei talebani, il corpo di una donna ha meno valore del benessere di un animale da combattimento. “L’impatto psicologico, in particolare su donne e ragazze, è profondo e duraturo – spiega la dottoressa Ahmadi -. La costante esposizione a sorveglianza, minacce, discriminazione e violenza legalizzate, sia in spazi privati ​​che pubblici, crea un clima di paura cronica, traumi, impotenza appresa e erosione dell’autostima e della capacità di agire”. E aggiunge: “Per i bambini cresciuti in un sistema del genere, la violenza e la disuguaglianza sono normalizzate come legge e ordine sociale, plasmando una generazione educata ad accettare la coercizione, la discriminazione e la subordinazione sistematica delle donne come realtà ordinarie e inevitabili della vita”.

Apartheid di genere: schiavitù e classi sociali

Le organizzazioni internazionali, tra cui Human Rights Watch (Hrw), denunciano come questo leggi abbiano contribuito ad istituzionalizzare una segregazione totale. L’ultimo Regolamento abbandona infatti il principio di uguaglianza, introducendo all’Articolo 15 la distinzione legale tra persone “libere” e “schiave”, riconoscendo di fatto la schiavitù come uno status legittimo nel sistema giudiziario del XXI secolo. La società viene inoltre stratificata in quattro classi sociali (Articolo 9), dove la punizione non dipende dal crimine, ma dal rango di chi lo commette:

  • Ulema e nobili: ricevono semplici ammonimenti da parte del giudice.
  • Classe media: punita con la reclusione.
  • Classe inferiore: soggetta a minacce e percosse.

Questa gerarchia assicura un’impunità di fatto per le élite religiose, scaricando sulle persone più vulnerabili la forza bruta del potere sanzionatorio.

La fine dell’autonomia: addio a libertà di parola, movimento e fede

Il controllo sulla vita delle donne è totale e capillare, tanto che Ong internazionali parlando di un vero e proprio “apartheid di genere” e invitano le leggi comunitarie a rivalutare, tra le possibili cause delle richieste di asilo in uno Stato diverso, proprio quello di rifugiate politche per persecuzione. A sancire l’ultimo brutale attacco alla sicurezza delle donne è l’Articolo 4(5) del Regolamento, il quale delega esplicitamente il potere punitivo (denominato tazeer) ai mariti e ai “padroni”, autorizzando la violenza privata senza supervisione giudiziaria. Le restrizioni si estendono a ogni aspetto dell’esistenza:

  • Movimento: secondo l’Articolo 34, una donna che lascia la casa coniugale senza il permesso del marito rischia tre mesi di carcere, pena estesa anche ai parenti che si rifiutano di riconsegnarla.
  • Fede: l’Articolo 58 prevede per le donne accusate di apostasia, cioè il professare una religione diversa da quella imposta, l’ergastolo e dieci frustate ogni tre giorni fino alla sottomissione religiosa.
  • Voce: già nel 2025, nuove norme hanno vietato alle donne di far sentire la propria voce in pubblico, persino per cantare o recitare il Corano.

Ma non solo le donne, nessun cittadino è escluso dal sistema di controllo. L’Articolo 24 del regolamento ufficiale trasforma la società in una rete di delatori: chiunque sia a conoscenza di “raduni sovversivi” o critiche al regime e non denunci i fatti rischia fino a due anni di prigione. Questa norma trasforma le famiglie e i vicini in “custodi” dell’ideologia talebana, sostituendo la fiducia sociale con la paura cronica.

La risposta internazionale: crimini contro l’umanità

Di fronte a questa “architettura legale della repressione”, la Corte Penale Internazionale (Icc) è passata all’azione. Nel luglio 2025, sono stati emessi mandati di arresto per il leader supremo Hibatullah Akhundzada e il capo della giustizia Abdul Hakim Haqqani per crimini contro l’umanità, con l’accusa specifica di persecuzione di genere e contro le minoranze.

Mentre le agenzie delle Nazioni Unite mantengono un silenzio criticato dalle Ong, il Giwps avverte che la normalizzazione della violenza privata e della schiavitù non solo viola i trattati internazionali (come la Convenzione sulla Schiavitù e la Convenzione internazionale sui diritti civili e politici dell’Onu), ma distorce i principi stessi della giustizia islamica e della dignità umana. L’Afghanistan del 2026, stretto nella morsa di questo regolamento, è diventato un laboratorio di apartheid legale dove la cancellazione dei diritti femminili è ormai una realtà codificata.

Mondo

content.lab@adnkronos.com (Redazione)

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