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Italia sotto la media Ue nella spesa per l’istruzione (ma alle superiori destina la quota più alta d’Europa)

Quanto spende l’Italia per l’istruzione e dove finiscono quei soldi? Gli ultimi dati Eurostat mostrano un Paese che nel 2023 ha destinato a scuola e università il 4,3% del Pil, meno della media Ue del 4,7% e molto meno dei Paesi in cima alla graduatoria: Svezia 6,8%, Finlandia 6,3%, Belgio 6,2% e Danimarca 6,1%.

All’estremo opposto ci sono Romania, con il 3%, Grecia, con il 3,3%, Malta, con il 3,4%, e Ungheria, con il 3,6%. La maggior parte degli altri Paesi si colloca tra il 3,9% e il 5,3% del Pil. I dati comprendono la spesa dalla scuola dell’infanzia all’università e non includono i servizi educativi per la primissima infanzia.

Il confronto sul Pil è però soltanto il punto di partenza, perché la distanza tra i sistemi europei aumenta quando si osserva quanto viene speso per ciascun studente e soprattutto come vengono distribuite le risorse. Nel 2023 la spesa annuale per studente nelle istituzioni educative andava dai 2.775 euro della Romania ai 27.531 del Lussemburgo; escludendo questi due estremi, si passava dai 3.754 euro della Bulgaria ai 15.323 della Danimarca. Le cifre comprendono finanziamenti pubblici e privati destinati alle istituzioni educative.

L’Italia presenta una particolarità: nella maggior parte dei Paesi europei la spesa per studente cresce salendo nei livelli di istruzione e raggiunge il valore più alto nell’università. Da noi non accade. Italia, Grecia, Cipro, Lituania e Portogallo sono gli unici Paesi indicati da Eurostat nei quali l’istruzione terziaria non è il livello con la spesa media per studente più elevata.

In Italia pesa soprattutto la scuola superiore

La distribuzione della spesa mostra meglio dove si concentra il modello italiano. Considerando i Paesi per cui Eurostat dispone di dati comparabili, il 40,5% della spesa complessiva per l’istruzione nell’Ue va alla primaria e alla secondaria inferiore, il 26,3% all’istruzione terziaria, il 21,2% alla secondaria superiore e alla formazione post-secondaria non universitaria e il 12% alla scuola pre-primaria.

L’Italia si stacca nettamente dalla media sulla scuola superiore: il 26,9% di tutta la spesa educativa è concentrato nella secondaria superiore e nella formazione post-secondaria non terziaria, la quota più elevata nell’Ue. Il Belgio segue con il 25,4%, mentre nella maggior parte dei Paesi questa voce pesa tra il 16,4% e il 23,6%.

Anche il peso dell’università varia molto. In quasi tutti i Paesi l’istruzione terziaria assorbe tra un quinto e un terzo della spesa educativa complessiva; ai due estremi ci sono il Lussemburgo, con l’11%, e la Danimarca, con il 38,1%.

Nei 16 Paesi per cui è disponibile il dettaglio sulla composizione della spesa delle istituzioni educative, in 9 la maggior parte delle risorse è destinata agli stipendi degli insegnanti. Nel totale rientrano anche manutenzione degli edifici, materiali didattici, energia, telecomunicazioni, amministrazione e investimenti.

In Italia quasi un terzo della spesa pubblica va ad aiuti per studenti e famiglie

Il confronto cambia ancora quando si isolano i soldi che non finiscono direttamente negli atenei, ma vengono trasferiti a studenti e famiglie sotto forma di borse, prestiti pubblici e altre forme di sostegno legate allo status di studente.

Nel 2023, nell’istruzione terziaria, questi aiuti valevano in media 1.801 euro per studente nell’Ue. La distanza tra Paesi è enorme: la Danimarca arrivava a 8.204 euro, mentre Svezia, Paesi Bassi e Germania superavano i 3 mila euro; la Lettonia si fermava a 9 euro. Per l’Irlanda, con dati relativi al 2022, Eurostat indica 8.300 euro.

Per l’Italia il dato più significativo riguarda invece il peso degli aiuti sulla spesa pubblica universitaria: il 31,7% delle risorse destinate all’istruzione terziaria va a studenti e famiglie, quasi un terzo del totale. Paesi Bassi, Danimarca e Svezia superano il 20%, mentre l’Irlanda raggiunge il 47,9% sulla base dei dati 2022.

Cambiano anche gli strumenti utilizzati. In 18 Paesi Ue, esclusa la Croazia per la quale non sono disponibili dati, i prestiti agli universitari non esistono oppure rappresentano meno dell’1% degli aiuti. In Polonia, Slovacchia, Danimarca, Cipro e Germania tra l’84,7% e il 98,7% del sostegno passa attraverso borse, mentre in Ungheria, Paesi Bassi e Svezia prevalgono i prestiti.

Eurostat considera in questa voce gli aiuti pubblici diretti, come borse, prestiti pubblici e assegni legati alla condizione di studente. Restano fuori altre forme di sostegno, tra cui agevolazioni fiscali e servizi indiretti come mense, trasporti, assistenza sanitaria o alloggi.

Con meno studenti cambia anche la spesa pro capite

Il calo delle nascite entra anche nei conti dell’istruzione. Eurostat segnala che la diminuzione delle nascite e i cambiamenti nella struttura della popolazione hanno già ridotto le coorti in età scolare in numerosi Paesi europei e che questa tendenza è destinata a proseguire.

L’effetto si riflette anche nelle statistiche sulla spesa. Se il numero degli iscritti diminuisce mentre le risorse restano costanti, la spesa media per studente aumenta anche senza un incremento del bilancio complessivo. Eurostat indica esplicitamente questo effetto tra i fattori da considerare nella lettura dei dati pro capite.

Denatalità, Giorgetti: “Italia non è eccezione, iniziare a ripensare spese istruzione”

 

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content.lab@adnkronos.com (Redazione)

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