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Social sotto processo: Meta alla sbarra per la “dipendenza” di milioni di giovani

Aveva solo nove anni quando l’ansia da prestazione social(e) l’ha spinta a creare degli account falsi. Lo scopo era generare like sui propri post, sperando di stimolare l’interazione con altri utenti. Kaley, una giovane donna che ha vinto una causa contro Meta, la società proprietaria di Facebook e Instagram, ha spiegato che ciò accresceva il proprio senso di autostima e gratificazione personale. L’anno successivo l’è stata diagnosticata la depressione: aveva 10 anni.

È iniziato con testimonianze come queste il percorso che è giunto sino al tribunale federale di Oakland, in California, e che gli esperti hanno definito come il più grande test legale mai affrontato dall’industria dei social media. Meta Platforms, il colosso che controlla due dei social più famosi al mondo, si trova a dover rispondere a un’azione legale senza precedenti promossa da una coalizione bipartisan di 29 Stati americani. L’accusa è pesantissima: aver progettato deliberatamente le proprie piattaforme per rendere dipendenti i bambini e gli adolescenti, mettendo il profitto davanti alla salute mentale dei giovani utenti.

I pilastri dell’accusa ai social: “Hook, Hold, Harvest, Hide”

Durante le dichiarazioni di apertura, Megan O’Neill, viceprocuratrice generale della California, ha sintetizzato il modello di business di Meta con quattro parole: “hook (agganciare), hold (trattenere), harvest (raccogliere dati), hide (nascondere la verità)”. Secondo gli stati querelanti, guidati da California, Colorado, Kentucky e New Jersey, Meta avrebbe sfruttato le vulnerabilità psicologiche dei minori, alimentando ansia, depressione e, in casi estremi, istinti suicidi.

Un punto centrale del processo riguarda la violazione delle leggi federali sulla privacy: Meta è accusata di aver raccolto e utilizzato impropriamente i dati personali di minori di 13 anni senza il consenso dei genitori. Russell Coleman, procuratore generale del Kentucky, ha paragonato questa battaglia legale alle storiche cause contro le multinazionali del tabacco degli anni ’90 e a quelle contro i produttori di oppioidi: “Lo abbiamo fatto allora, lo faremo di nuovo con Meta”.

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Richiesto a Meta un risarcimento fino a 200 miliardi

La posta in gioco economica è imponente. Gli stati chiedono sanzioni civili che potrebbero toccare i 200 miliardi di dollari, una cifra pari a circa tre anni di utili netti per l’azienda. In alcuni documenti depositati in tribunale, Meta ha persino ipotizzato che le penali teoriche potrebbero raggiungere la cifra astronomica di 1.400 miliardi di dollari, avvicinandosi all’intero valore di mercato della compagnia, anche se la giudice Yvonne Gonzalez Rogers abbia definito tale stima “irragionevole”.

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La fine dei “like” e dello scrolling infinito?

Oltre al denaro, i procuratori chiedono una rivoluzione strutturale di Facebook e Instagram per i minori di 18 anni. Tra le richieste principali figurano:

  • L’eliminazione del conteggio dei “Like”.
  • L’abolizione dello “scrolling infinito”, la funzione che spinge a visualizzare nuovi post senza sosta.
  • Il blocco dell’autoplay dei video.
  • L’imposizione di limiti di tempo obbligatori.
  • La rimozione dei filtri fotografici che alterano l’aspetto fisico, alimentando problemi di immagine corporea.

Le “gole profonde” e i documenti interni

Il processo, che dovrebbe durare circa sei settimane, vedrà tra i testimoni chiave il Ceo Mark Zuckerberg e il capo di Instagram Adam Mosseri. Tuttavia, la prima testimonianza d’impatto è stata quella di Arturo Bejar, ex ingegnere della sicurezza di Meta. Bejar ha rivelato ai giurati, come riporta Reuters, che il mantra dell’azienda era “muoviti velocemente e rompi le cose” (move fast and break things), aggiungendo che la sicurezza non era considerata prioritaria nel lancio di prodotti come i Reels.

Emergono inoltre dettagli inquietanti da email interne. In una di queste, i dipendenti di Meta avrebbero descritto Instagram come una “droga” e se stessi come dei “pusher” che cercano di massimizzare il tempo trascorso dai ragazzi sulla piattaforma. Ricerche interne dell’azienda, secondo l’accusa, avevano già evidenziato come il confronto sociale spinto da Instagram fosse legato a una peggiore percezione del proprio corpo e a un aumento della solitudine.

La difesa di Meta

L’avvocato di Meta, Paul Schmidt, ha respinto le accuse, sostenendo che non esiste un legame scientifico chiaro tra l’uso dei social media e il calo del benessere degli adolescenti. Schmidt ha ammesso che alcuni dipendenti potrebbero aver usato un linguaggio “colorito” in privato, ma ha ribadito che i prodotti di Meta non creano dipendenza e che l’azienda ha sempre cercato di migliorare i propri servizi per renderli sicuri. “Non credono di poter avere successo se le persone non amano il loro servizio”, ha dichiarato il legale riferendosi alla dirigenza.

Un precedente che fa tremare la Silicon Valley

Meta non è l’unica nel mirino: anche TikTok, Snap e Google affrontano migliaia di cause simili. Tuttavia, questo processo arriva dopo alcune pesanti sconfitte legali. A marzo, una giuria di Los Angeles ha condannato Meta e Google a pagare 6 milioni di dollari a una ventenne diventata dipendente dai social da bambina (Kaley, appunto). Ancora più recente è la sentenza del New Mexico, dove un giudice ha ordinato a Meta di pagare 567 milioni di dollari definendo le sue piattaforme un “pericolo pubblico”, al pari di una fabbrica che inquina l’aria.

Se la giudice Gonzalez Rogers dovesse dare ragione ai 29 stati, il volto dei social media come li conosciamo oggi potrebbe cambiare per sempre, non solo negli Stati Uniti ma in tutto il mondo. Nel frattempo, fuori dal tribunale di Oakland, i manifestanti e i genitori di giovani vittime chiedono giustizia: “È il risultato prevedibile di un sistema che protegge le aziende invece dei bambini”, ha dichiarato Mary Rodee, madre di un quindicenne morto suicida dopo essere stato vittima di un predatore online su Facebook.

Giovani

content.lab@adnkronos.com (Redazione)

© Riproduzione riservata

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