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Meno bebè, più futuro? Perché il declino demografico non deve spaventarci

In un mondo che ha appena superato gli 8 miliardi di abitanti e si avvia verso gli 11 miliardi entro la fine del secolo, l’idea che l’umanità si stia estinguendo sembra, dati alla mano, quantomeno lontana. Eppure, in Occidente e in gran parte dell’Asia, la caduta dei tassi di fertilità sotto la soglia di sostituzione (2,1 figli per donna in media) ha alzato la soglia dell’attenzione. Ma è davvero il caso di preoccuparsi? Secondo l’economista britannico Lord Adair Turner e le analisi del giornalista Martin Wolf sul Financial Times, la risposta è un secco “no”.

Il paradosso della prosperità: più ricchi, meno figli

Gli analisti partono dal passato e da una lezione fondamentale: la ricchezza non è amica della natalità. Al contrario, la prosperità è il contraccettivo più potente mai inventato. Non si tratta solo di una differenza tra nazioni ricche e povere, ma di una dinamica interna agli stessi Paesi: in India, ad esempio, lo stato più ricco (Tamil Nadu) ha un tasso di fertilità di 1,8, mentre quello più povero (Bihar) arriva a 3.

La modernità ha trasformato radicalmente il “valore” dei figli. Se un tempo erano considerati risorse produttive a breve termine, in altre parole “braccia per coltivare i campi”, oggi sono diventati investimenti a lungo termine estremamente costosi. L’urbanizzazione, l’istruzione di massa e la creazione di sistemi di welfare hanno reso i figli una scelta di vita basata sul desiderio e non più sulla necessità economica di avere qualcuno che ci mantenga in vecchiaia.

La lezione di Adair Turner

L’argomento principale degli allarmisti è il cosiddetto “rapporto di dipendenza”: l’idea che pochi lavoratori debbano mantenere troppi anziani e che tassi di fertilità bassi corrispondano ad altrettanti bassi tassi di sostituzione delle generazioni. Turner definisce questa visione incompleta per due motivi principali:

  1. Se è vero che ci sono più anziani, è altrettanto vero che ci sono molti meno giovani dipendenti. Oggi i figli restano a carico dei genitori fino ai vent’anni; sommando le due fasce (under 20 e over 65), il carico complessivo sulla popolazione attiva cresce in modo molto più contenuto di quanto si creda.
  2. Non servono più braccia, serve più tecnologia. Grazie all’automazione e all’Intelligenza artificiale, la produzione per singolo lavoratore può esplodere. Basti pensare che dal 1800 a oggi, nei Paesi ricchi, le ore lavorate pro-capite sono scese del 60%, mentre la ricchezza prodotta è aumentata di 15 volte. In questo scenario, un modesto aumento di pensionati, se gestito di pari passo con la crescita di strumenti di automazione, diventa “estremamente gestibile”.

Il mondo non si sta estinguendo

È fondamentale ricordare che la denatalità non è un fenomeno globale uniforme. Le Nazioni Unite prevedono che la popolazione mondiale raggiungerà i 9,7 miliardi nel 2050, spinta soprattutto dalla crescita in Africa, che vedrà la sua popolazione raddoppiare nello stesso periodo.

Inoltre, Turner sottolinea che una popolazione giovane non garantisce affatto il benessere: l’India, nonostante abbia visto la sua popolazione in età lavorativa passare da 700 milioni a un miliardo, soffre di una sottoccupazione cronica perché l’economia non riesce ad assorbire l’eccesso di manodopera. Una popolazione più piccola e meglio istruita è spesso preferibile a una massa enorme di giovani senza prospettive.

Parità di genere e nuovi equilibri

Un’altra domanda, alla quale trovare risposta, riguarda il legame tra la maggior istruzione delle donne e la denatalità, La Nobel per l’economia Claudia Goldin spiega che non è una questione di “carriera contro famiglia”, ma di aspettative e partner affidabili. Le donne laureate hanno molto più da perdere se il carico della cura dei figli ricade interamente su di loro. In Paesi come il Giappone o la Corea del Sud, dove le norme sociali sono rimaste “patriarcali” nonostante il boom economico, le donne scelgono spesso di non avere figli proprio per evitare quella che Goldin definisce una “trappola” di genere.

La soluzione non è, come suggerisce parte della destra reazionaria, “rimandare le donne in cucina” (un’idea definita “malvagia e stupida” da Wolf), ma creare un welfare reale. Politiche che favoriscano la parità domestica e riducano la “corsa al successo”, cioè la cosiddetta “rat race educativa” che rende i figli costi proibitivi, sono l’unica via per stabilizzare la fertilità su livelli sostenibili, almeno intorno all’1,5.

L’83% delle donne under 35 è spesso stanca: 8 su 10 non hanno un’ora al giorno per se stesse

Il valore del declino

In sintesi, una popolazione leggermente ridotta può avere un valore immenso: meno pressione sull’ambiente, prezzi delle case più accessibili e maggiore valore attribuito a ogni singolo individuo. Se gestita con lungimiranza attraverso il welfare e l’innovazione, la denatalità non è un precipizio inesorabile, ma il raggiungimento di un nuovo equilibrio più maturo e sostenibile.

Forse è arrivato il momento di smettere di contare le culle vuote e iniziare a investire sulla qualità della vita di chi è già qui.

Fertilità

content.lab@adnkronos.com (Redazione)

© Riproduzione riservata

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