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Nativi digitali senza difese: cosa manca ai bambini nell’era dell’Ai

A dieci anni, la maggior parte dei bambini sa muoversi con disinvoltura tra video, chat, ricerche online. Meno della metà, però, possiede gli strumenti per capire se ciò che sta guardando è attendibile. In 26 Paesi su 32, oltre uno studente su cinque non è in grado di distinguere un sito affidabile da uno che non lo è. Il dato, rilevato su scala internazionale, non fotografa un ritardo individuale ma una condizione diffusa, che riguarda milioni di minori già immersi in ambienti digitali ad alta intensità informativa.

Il Safer Internet Day del 10 febbraio intercetta questo scarto mentre l’Ai entra stabilmente nella quotidianità di bambini e adolescenti. Motori di ricerca, social network, applicazioni creative e strumenti educativi integrano sistemi capaci di produrre testi, immagini, suggerimenti. L’adozione cresce più rapidamente delle competenze necessarie a governarla. Il risultato è una generazione che utilizza tecnologie sofisticate in assenza di un’alfabetizzazione proporzionata, con effetti che toccano apprendimento, autonomia decisionale, esposizione ai rischi e salute mentale.

(In)competenze digitali di base

I dati raccolti da Unicef attraverso il centro di ricerca Innocenti mostrano che il problema non riguarda abilità avanzate. In Italia, tra i 9 e i 16 anni, il 9,5% non è in grado di modificare le impostazioni della privacy, il 9,2% non sa selezionare parole chiave efficaci per una ricerca online, l’11,9% non sa rimuovere persone dalla lista dei contatti, il 18,9% non possiede competenze minime nella creazione di contenuti digitali come musica o video. Funzioni elementari, che definiscono l’uso quotidiano della rete, risultano fuori portata per una quota non marginale di bambini e adolescenti.

Questo ritardo precede l’ingresso massiccio dell’Ai generativa. La difficoltà a valutare una fonte, a gestire la propria esposizione, a comprendere come circolano dati e contenuti crea un terreno fragile su cui si innestano strumenti capaci di produrre informazioni plausibili in forma automatica. La fragilità non è distribuita in modo uniforme: pesano il contesto socio-economico, il livello di istruzione degli adulti di riferimento, la qualità della mediazione educativa. Ma pesa anche la struttura degli ambienti digitali, progettati per ridurre l’attrito cognitivo e prolungare il tempo di permanenza.

Feed personalizzati, raccomandazioni automatiche, notifiche continue orientano l’esperienza verso il consumo rapido. La verifica diventa marginale, il confronto tra fonti residuale. In questo contesto, la capacità di distinguere un sito affidabile non è un’abilità specialistica, ma il punto di snodo tra informazione e persuasione. Quando questa competenza manca, la rete smette di essere uno spazio di esplorazione e diventa un flusso da subire.

Come i ragazzi usano l’Ai

La percezione dell’Ai tra i giovani evidenzia un divario netto tra uso e comprensione. Secondo il sondaggio U-Report, condotto a livello internazionale su oltre 61.400 partecipanti, solo il 18% ritiene di avere familiarità con i sistemi di Ai. Il 22% dichiara una conoscenza moderata, il 25% parziale, il 35% quasi nulla. Su un campione di 57.670 partecipanti, il 45% afferma di possedere le competenze per lavorare con l’Ai, mentre il resto si divide tra chi non le ha e chi non si sente sicuro nel loro utilizzo.

Il report Eu Kids Online, pubblicato in occasione del Safer Internet Day, mostra però un’adozione molto più ampia. In Italia, l’uso dell’Ai generativa cresce con l’età, passando dal 70% dei bambini di 9–10 anni al 98% tra i 15–16enni. L’impiego principale riguarda lo studio: il 44% dichiara di averla usata per riassumere o spiegare testi lunghi. Seguono gli usi pratici, come suggerimenti su cosa fare, guardare o acquistare, con una percentuale superiore alla media europea.

Accanto all’uso strumentale emerge una preoccupazione ricorrente: la delega. Nelle interviste qualitative, molti ragazzi indicano come rischio principale quello di “essere sostituiti”, di perdere abilità di base, di ridurre lo sforzo cognitivo. La fiducia nelle risposte fornite dai chatbot resta limitata, ma non marginale. Una parte dei giovani riconosce la capacità persuasiva di questi strumenti e la difficoltà di individuare eventuali errori o informazioni inventate, soprattutto quando il linguaggio appare fluido e convincente.

Le differenze di genere e di età sono marcate. I maschi mostrano livelli di fiducia più elevati e una maggiore propensione a testare i limiti dell’Ai, mentre le femmine utilizzano più spesso questi strumenti come fonte di ispirazione creativa. Il rischio, segnalato dagli stessi ricercatori, è la riproduzione di disuguaglianze già presenti nelle competenze tecnologiche e scientifiche, con effetti a lungo termine sull’acquisizione di competenze legate all’Ai.

Immagini manipolate e identità sotto pressione

Il fronte più critico riguarda la manipolazione delle immagini. Unicef, insieme a Ecpat e Interpol, ha segnalato un rapido aumento di immagini sessualizzate generate o alterate con strumenti di Ai. In uno studio condotto in 11 Paesi, almeno 1,2 milioni di bambini hanno dichiarato che le proprie immagini sono state trasformate in deepfake a sfondo sessuale nell’ultimo anno. In alcuni contesti, la proporzione equivale a un minore ogni venticinque.

Quando l’intelligenza artificiale trasforma l’identità dei minori in materiale di abuso

La specificità di questi contenuti non sta nella loro verosimiglianza tecnica, ma nella concretezza del danno. Le immagini circolano, vengono usate per ricatti, umiliazioni, estorsioni. Anche quando il materiale è palesemente falso, l’impatto sulla vittima è reale. Una quota rilevante di bambini coinvolti nello studio dichiara di temere che l’Ai possa essere utilizzata per creare immagini o video sessuali falsi che li riguardano.

La diffusione di strumenti capaci di generare o alterare immagini a basso costo e con competenze minime abbassa drasticamente la soglia di accesso all’abuso. Le categorie giuridiche e i sistemi di moderazione nati in un contesto di condivisione faticano a reggere di fronte a una produzione automatizzata e scalabile. La conseguenza è un aumento dell’esposizione e una pressione costante sull’identità digitale dei minori, che imparano a percepire la propria immagine come un potenziale vettore di rischio.

Tra autonomia e dipendenza digitale

Il rapporto tra ambienti digitali e benessere psicologico attraversa gran parte delle ricerche più recenti. La Società italiana di neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza richiama la necessità di superare letture semplificate del rischio online. Internet, sottolineano i neuropsichiatri infantili, è radicato nella vita dei ragazzi e agisce come spazio relazionale, informativo ed emotivo. Proprio per questo, l’esposizione non mediata a piattaforme progettate per massimizzare l’attenzione può incidere su sonno, regolazione emotiva, autostima, soprattutto nei soggetti più vulnerabili.

I dati dell’Istituto superiore di sanità indicano che una quota significativa di adolescenti tra gli 11 e i 15 anni utilizza i social media in modo problematico e segnala difficoltà psicologiche correlate. Circa il 12% è a rischio di dipendenza da videogiochi. A questi elementi si aggiunge l’uso dei chatbot come supporto personale. Secondo l’indagine di Telefono Azzurro, una parte degli adolescenti si rivolge all’Ai per consigli personali, attribuendo ai chatbot caratteristiche di “umanità” e sperimentando sensazioni di non giudizio o riduzione della solitudine.

La survey 2025 del Movimento Etico Digitale rafforza il quadro: il 77,5% degli studenti tra gli 11 e i 18 anni dichiara di sentirsi dipendente dai dispositivi digitali. Oltre il 90% riconosce un impatto dell’uso eccessivo sulla salute fisica o mentale. Nonostante questa consapevolezza, solo una minoranza di chi tenta di ridurre il tempo online dichiara di riuscirci.

Dipendenza da smartphone? Tre giorni senza cambiano il cervello 

In questo scenario, le indicazioni operative diffuse da Unicef a famiglie e caregiver puntano su alfabetizzazione precoce, protezione della privacy, uso dell’Ai come strumento e non come sostituto, dialogo con la scuola. Il nodo centrale resta la distribuzione delle responsabilità. La sicurezza online non si costruisce soltanto con filtri o divieti, ma attraverso competenze critiche, formazione degli adulti di riferimento, politiche pubbliche basate su evidenze e una regolazione delle piattaforme che tenga conto del ruolo degli algoritmi nel modellare comportamenti e attenzione dei minori.

Giovani

content.lab@adnkronos.com (Redazione)

© Riproduzione riservata

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