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Perché ci travestiamo (anche da adulti): cosa dice il Carnevale sulla nostra identità

Martedì Grasso è l’unico giorno dell’anno in cui un amministratore delegato può presentarsi in piazza vestito da giullare senza che nessuno lo trovi fuori luogo. È anche il giorno in cui un impiegato può scegliere un costume da sovrano, un’insegnante può diventare supereroina, un medico può coprire il camice con una maschera irriverente. Per alcune ore, il ruolo sociale non scompare, ma perde rigidità.

Il travestimento, in questa cornice, non è semplice evasione. È una pratica collettiva radicata nella storia europea e sostenuta da dinamiche psicologiche precise. “Tutti gli uomini si travestono in tutte le culture e in tutte le tradizioni. Il senso, per gli adulti, rimane: è diverso da quello dei bambini, dove è gioco; è una prova a rivestire ruoli diversi da quelli consueti. Un po’ anche per gli adulti è così, però chiaramente il bisogno ha più a che fare con i temi della vita adulta”, osserva la psicologa Viriginia Airò interpellata da Demografica. Il Carnevale diventa così uno spazio pubblico in cui l’identità adulta viene messa alla prova.

Perché la società ha bisogno del Carnevale

Il Carnevale funziona perché è delimitato nel tempo. È inserito nel calendario liturgico e civile, precede la Quaresima, ha confini chiari. L’antropologo Victor Turner ha definito “liminali” queste fasi rituali in cui l’ordine ordinario si allenta. Durante questa condizione di passaggio (la liminalità), le gerarchie si fanno meno visibili e le persone si collocano in una zona intermedia rispetto ai ruoli abituali.

In termini concreti, significa che le differenze di status perdono evidenza nello spazio pubblico. La maschera copre i segni immediati dell’identità sociale e apre uno spazio di interazione meno vincolato. Questa sospensione è accettata proprio perché temporanea: la struttura resta intatta, ma per alcune ore è meno rigida.

Il carnevale senza stereotipi aiuta a diffondere la parità di genere

Michail Bachtin, analizzando la cultura carnevalesca medievale, ha parlato di rovesciamento simbolico: l’autorità viene ridicolizzata, il linguaggio si fa diretto, il corpo diventa protagonista. Non è una rottura permanente, ma una messa in scena che relativizza le gerarchie. L’adulto che si traveste entra in questo meccanismo: sperimenta un allentamento del ruolo senza abbandonarlo.

Il potere simbolico del costume

Il travestimento produce effetti osservabili. Nel 2012 Hajo Adam e Adam D. Galinsky hanno pubblicato sul “Journal of Experimental Social Psychology” uno studio in cui introducono il concetto di “cognizione vestita”, per descrivere l’influenza sistematica che gli abiti esercitano sui processi psicologici di chi li indossa. In laboratorio, indossare un camice presentato come camice da medico migliorava le prestazioni in compiti di attenzione rispetto allo stesso indumento descritto come camice da pittore.

L’esperimento suggerisce che il significato simbolico attribuito a un abito può incidere sui processi cognitivi. Non è il tessuto in sé a produrre l’effetto, ma ciò che l’indumento rappresenta. Indossare un capo carico di significato attiva aspettative e orienta il comportamento in modo coerente.

Nel Carnevale questo meccanismo si trasferisce nello spazio pubblico. Un adulto che sceglie un costume legato al potere, alla trasgressione o all’eroismo può modulare postura, tono e modalità relazionali in modo coerente con quella figura. Il costume diventa uno strumento concreto di esplorazione comportamentale.

Sotto la maschera

Coprire il volto riduce l’identificabilità personale. Secondo uno studio di Edward Diener e colleghi, pubblicato sul “Journal of Personality and Social Psychology”, sul comportamento dei bambini durante Halloween, in condizioni di anonimato e in gruppo, aumentava la probabilità di trasgredire una regola semplice, come prendere più caramelle del consentito. La minore responsabilità percepita influiva sulle scelte.

Le ricerche successive hanno però mostrato che l’anonimato non conduce automaticamente a comportamenti antisociali. Il Social Identity Model of Deindividuation Effects, elaborato da Stephen Reicher, Russell Spears e Tom Postmes, indica che quando l’identità personale si attenua può rafforzarsi quella di gruppo. Le persone tendono allora ad agire in modo più coerente con le norme condivise.

Nel contesto del Carnevale questo significa che la maschera amplifica il clima sociale. Se il gruppo valorizza il gioco e il rispetto, l’anonimato favorisce coesione; se prevale la ricerca dell’eccesso, può facilitare comportamenti più spinti. L’adulto che si traveste sperimenta una libertà che resta intrecciata alle regole implicite della comunità in cui si muove.

Perché gli adulti hanno ancora bisogno di mascherarsi

Con l’età i ruoli si consolidano. Professione, responsabilità familiari e aspettative pubbliche definiscono confini precisi. Il Carnevale introduce una pausa in questa continuità. Indossare un altro volto consente di mettere alla prova aspetti dell’identità che nella quotidianità restano regolati.

La psicologa Airò richiama proprio questa differenza rispetto all’infanzia: per l’adulto il travestimento tocca “i temi della vita adulta”. Potere, visibilità, seduzione, ironia sono dimensioni che nella vita ordinaria trovano spazi limitati. Il costume permette di sperimentarle in modo concentrato e temporaneo.

Ricerche qualitative sul cosplay mostrano dinamiche analoghe: chi si traveste riferisce maggiore sicurezza, senso di appartenenza, possibilità di esprimere tratti meno visibili nel quotidiano. Nel Carnevale questa esperienza diventa collettiva e pubblica. La metamorfosi è circoscritta nel tempo, ma incide sul modo in cui l’individuo percepisce se stesso all’interno della comunità.

Popolazione

content.lab@adnkronos.com (Redazione)

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