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Procreazione assistita, l’errore choc di Orlando e le sue conseguenze legali

Il percorso della procreazione medicalmente assistita, nato per regalare vita, per alcune famiglie si trasforma in un vortice di dubbi e battaglie legali. L’ultimo caso che sta scuotendo l’opinione pubblica mondiale arriva da Orlando, negli Stati Uniti, dove una coppia, Tiffany Score e Steven Mills, ha scoperto, solo dopo il parto che la loro bambina Shea non aveva alcun legame genetico con loro. I genitori, entrambi caucasici, hanno notato i tratti somatici nella neonata differenti dai propri e i test del Dna hanno confermato l’errore della clinica. La coppia ha denunciato, ma non è un caso isolato.

Il lato umano del caso Orlando

E bene sì, l’essere umano può sbagliare e spesso le conseguenze possono essere molto gravi. Oltre al trauma biologico, infatti, il caso di Orlando evidenzia un profondo dramma emotivo. Tiffany e Steven hanno dichiarato alla stampa locale di aver amato immensamente Shea dal momento in cui l’impianto nell’utero è andato a buon fine. Durante tutta la gravidanza e nei primi giorni di vita, non c’è stato un attimo in cui non l’abbiamo sentita come parte della propria famiglia. Però, ha spiegato la coppia, il “dovere morale” di rintracciare i genitori genetici della piccola assume per loro un valore importante perché continuano a vivere nel terrore che qualcun altro stia crescendo il loro figlio biologico a causa di uno scambio di embrioni.

La famiglia ha lanciato un appello sui social media per navigare in questa “realtà devastante”. Nel frattempo, la sorella di Tiffany ha aperto una raccolta fondi su GoFundMe, che ha già superato i 10.000 dollari, per coprire le ingenti spese legali, le terapie psicologiche e il tentativo di recuperare ovociti congelati sette anni fa in un’altra struttura, un’opzione che la coppia non avrebbe mai pensato di dover riconsiderare. La loro causa mira a obbligare la clinica a finanziare test genetici per tutti i pazienti degli ultimi cinque anni, per capire se l’errore sia stato sistematico.

Il precedente australiano

L’errore della clinica di Orlando trova un inquietante parallelo a Brisbane, in Australia, presso la rinomata clinica Monash Ivf. Qui, la verità è emersa solo in modo fortuito: una coppia aveva deciso di trasferire i propri embrioni congelati in un’altra struttura, ma durante l’inventario per il trasferimento, i medici si sono accorti che nella provetta era rimasto un embrione in più. Quello che la donna credeva le fosse stato impiantato era ancora lì; il bambino che aveva dato alla luce apparteneva geneticamente a un’altra coppia.

La sentenza Alabama

Ancora più estremo, però, è la nota sentenza della Corte Suprema dell’Alabama, la quale ha stabilito che gli embrioni congelati devono essere considerati “bambini” ai fini della legge sull’omicidio colposo. La decisione nasceva da un incidente in una clinica, dove alcuni embrioni erano stati danneggiati accidentalmente. Questa interpretazione eleva la ricerca scientifica e la conservazione degli embrioni ad un livello di difficoltà superiore, oltre ad ampliare drasticamente la responsabilità legali delle strutture che praticano la fecondazione in vitro.

Molte cliniche hanno sospeso i trattamenti per timore di conseguenze civili e penali per i casi sino a qui riportato e la stessa sentenza ha acceso un forte dibattito internazionale su diritti riproduttivi e definizione giuridica della vita. Il caso ha influenzato discussioni simili anche fuori dagli Stati Uniti, Italia compresa.

L’Italia e la Legge 40/2004

E a proposito di Italia, è la Legge 40/2004 a regolare la procreazione medicalmente assistita. Legge che, negli ultimi vent’anni, è stata profondamente smantellata e riscritta dai tribunali. Nata con restrizioni severissime, la norma vietava la fecondazione eterologa (con donatore esterno alla coppia), la crioconservazione (noto come congelamento degli ovuli o sperma) e l’accesso alle coppie fertili, ma portatrici di malattie genetiche.

Oggi, storiche sentenze della Corte costituzionale:

  • La fecondazione eterologa è legale dal 2014.
  • Le coppie fertili con gravi patologie genetiche possono accedere alla diagnosi preimpianto dal 2015.
  • Dal 2025, è stato riconosciuto il diritto della “madre intenzionale” (non biologica) di riconoscere il figlio nato all’estero per tutelare la continuità affettiva del minore.

Tuttavia, persistono barriere significative: l’accesso è ancora precluso a single e coppie omosessuali, mentre la maternità surrogata è diventata un “reato universale”. Questo rigore, unito a liste d’attesa infinite nel pubblico e costi che nel privato oscillano tra i 3.000 e i 6.000 euro per tentativo, ha spinto molti verso l’estero o verso strade alternative e pericolose.

Il mercato dell’ombra e i donatori social

Se nelle cliniche specializzate l’errore è dietro l’angolo e, come abbiamo visto con il caso di Orlando, può avere ripercussioni su tutti le parte coinvolte, un’intervista di Vanity Fair del 2023 ha acceso i riflettori su un fenomeno sommerso ma crescente in Italia: le donazioni di sperma tramite gruppi Facebook.

Il protagonista, un trentenne milanese di nome Luca (nome di fantasia), ha dichiarato di donare il proprio seme gratuitamente incontrando donne in appartamenti affittati. Per proteggere l’anonimato, ha aggiunto di indossare spesso un passamontagna e che la consegna del campione avveniva in una siringa sterile affinché la donna potesse procedere autonomamente all’autoinseminazione. Luca spiegava di aver iniziato per curiosità, ma di aver continuato per la gratitudine ricevuta dalle coppie che avevano subito “calvari” clinici ed economici, arrivando a sentirsi una sorta di “supereroe” per aver aiutato a far nascere sei bambini e non nascondeva i timori per il futuro: un giorno questi figli potrebbero bussare alla sua porta e “chiedere il conto” delle sue azioni.

Queste pratiche sono estremamente rischiose per la salute, esponendo le donne a malattie infettive e patologie genetiche senza alcun controllo istituzionale. La deriva di questo sistema privo di confini è rappresentata dall’olandese Jonathan Jacob Meijer, al centro della docu-serie Netflix The Man with 1000 Kids. Nonostante i divieti dei tribunali, Meijer ha continuato a donare in tutto il mondo, ingannando cliniche e famiglie sul numero reale dei suoi figli. Netflix stimi circa 3.000 bambini nati dal suo seme, Meijer ha citato la piattaforma per diffamazione, sostenendo di essere a conoscenza “solo” di 550 figli. Oggi l’uomo rischia multe da 100.000 euro per ogni nuova donazione, a dimostrazione di quanto sia sottile il confine tra il desiderio di aiutare e una sconsiderata ossessione genetica.

Fertilità

content.lab@adnkronos.com (Redazione)

© Riproduzione riservata

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