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Quando l’aspettativa pesa più del talento: il caso Malinin e la pressione che arriva dagli adulti

Un ragazzo entra in pista con un repertorio che, di solito, basta a mettere distanza tra lui e gli altri. In tribuna l’aspettativa ha già fatto il lavoro sporco: non si va a vedere una gara, si va a vedere una consacrazione. Poi, in pochi minuti, arrivano gli errori. Non uno, non due: una sequenza che si aggrappa al corpo e lo inchioda. Il pubblico vede le cadute; l’atleta, prima ancora, sente la frattura nella testa.

Quel ragazzo è Ilia Malinin, 21 anni, il volto più tecnico del pattinaggio maschile. Dopo la prova, non cerca scuse di ghiaccio o di pattini. Dice: “Tutta la pressione, tutti i media… so che è finita e non posso cambiare il risultato”. E insiste: “Siamo anche artisti, quindi c’è molta pressione… Qualcosa è andato storto, ma devo ancora capire di preciso cosa”. Il passaggio utile, per chi accompagna un figlio allo sport, non è la cronaca della gara. È il meccanismo: l’aspettativa che diventa obbligo, l’obbligo che diventa panico, il panico che rompe la prestazione. In piccolo, quel circuito si vede ogni fine settimana, senza telecamere, con adulti molto più vicini del pubblico: i genitori.

Quando gli adulti entrano in partita

Nello sport giovanile la pressione raramente arriva come ordine esplicito. Più spesso è atmosfera: istruzioni gridate, correzioni in tempo reale, arbitri trattati da avversari, avversari trattati da nemici. È la partita vissuta come verifica del valore del figlio e, per riflesso, del genitore. In quel contesto il ragazzo non gioca soltanto contro chi ha davanti: gioca anche contro un tribunale laterale, fatto di sguardi e frasi che restano addosso più del risultato. A bordo campo si vedono sempre più cartelli a bordo campo che invitano al rispetto: dell’arbitro, degli avversari, degli altri ragazzi. Non sono messaggi “educativi” messi lì per forma. Sono una risposta pratica a una scena diventata abituale: adulti che commentano ogni scelta, contestano, alzano i toni, trasformano una partita di minorenni in una resa dei conti. Se serve ricordare a chi guarda che sta assistendo a un’attività sportiva giovanile, vuol dire che quella cornice si è già incrinata più volte.

Che il problema sia abbastanza stabile da meritare regole lo dicono i testi ufficiali, che negli anni hanno spostato il bersaglio: non solo i ragazzi, anche gli adulti. La FIGC, nella “Carta dei diritti dei bambini e dei doveri degli adulti”, scrive che bisogna prevenire “comportamenti e situazioni a rischio” affinché “la prestazione fisica e mentale non sia eccessiva” e “la tensione agonistica non sia esasperata nella ricerca del risultato ad ogni costo”. È un linguaggio sobrio, ma la scelta è chiarissima: il rischio non è solo un infortunio, è un ambiente che spinge oltre misura. La Football Association inglese, nel proprio codice “Respect” per spettatori e genitori, tratta il comportamento in tribuna come materia disciplinare, con conseguenze fino all’allontanamento e alla sospensione: la tribuna viene gestita perché incide sul contesto di crescita. UEFA, sul fronte tutela, insiste su procedure e responsabilità per proteggere bambini e adolescenti nelle organizzazioni sportive: non appelli generici, ma strumenti. Insieme, questi documenti raccontano una trasformazione: la prestazione dei ragazzi non dipende solo

Il peso delle aspettative

Lo psicologo e psicoterapeuta Andrea Fontana, propone una distinzione che evita le scorciatoie: non conta quanto un genitore “investe”, conta che cosa mette al centro quando l’investimento non produce vittoria. “Il discrimine è se viene messo davanti l’interesse a tutto tondo, quindi il benessere psicofisico del ragazzo oppure no.” E aggiunge il punto più scivoloso, quello che spiega molte dinamiche apparentemente normali: “La prestazione viene utilizzata per giustificare qualsiasi tipo di pressione e di aspirazione”. È qui che il sostegno cambia segno: l’adulto non accompagna più un percorso, chiede un ritorno. Il figlio lo percepisce anche quando non viene detto, perché l’errore smette di essere un fatto tecnico e diventa un fatto relazionale: delude, pesa, fa perdere faccia.

Fontana descrive una lettura possibile di ciò che si vede in tanti campi, a prescindere dalla disciplina: “Molto spesso i genitori vedono il figlio come un’appendice narcisistica, cioè come un pezzetto di loro stessi… vivono il successo del figlio come una possibile rivalsa dei loro limiti.” Il punto, qui, non è inchiodare chiunque a una diagnosi. È riconoscere un movimento: il figlio trasformato in progetto. Quando accade, lo sport perde la sua funzione più utile – imparare, sbagliare, reggere – e diventa un esame continuo. I segnali, dice Fontana, sono quelli del distress: irritabilità, tristezza, mancanza di gioiosità, fatica, ansia legata alla performance. La cartina tornasole è concreta: “Quando smette l’aspetto giocoso e inizia l’aspetto di dovere”. Il problema è che “tante volte non se ne accorge perché è coinvolto”: l’adulto interpreta l’allarme come fase passeggera e insiste, proprio mentre il ragazzo sta dicendo, con il corpo, che il carico è troppo.

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Dove finisce il gioco

Nel caso del genitore-allenatore la sovrapposizione dei ruoli diventa il perno della relazione sportiva. Per lo psicoterapeuta “è un po’ come se un genitore interpretasse dei ruoli incompatibili tra di loro”. Poi richiama Freud: “Ci sono tre mestieri impossibili, quello del genitore, quello dell’educatore e quello dello psicoanalista”. Metterne insieme due, genitore e allenatore, “rischia un cortocircuito emotivo di aspettative”: l’allenatore perde lucidità, il genitore accumula frustrazione, il ragazzo non ha più un luogo dove sbagliare senza che l’errore torni a casa. In quella sovrapposizione, anche la comunicazione “corretta” serve a poco, perché il problema non è la singola frase. “Non è la frase in sé, è focalizzarsi solo sulla prestazione… è appiattire” lo sport “sul fatto dell’arrivare primo.” E la domanda che smonta la logica del verdetto è brutale per semplicità: “Su una competizione, quanti possono arrivare primi? Uno. E tutto il resto?” Se l’unica misura è il primo posto, si costruisce un meccanismo che produce inevitabilmente scarti: quasi tutti.

I casi famosi aiutano solo se non diventano poster motivazionali. Andre Agassi apre Open con una frase che ribalta l’immagine del campione felice: “Gioco a tennis per vivere, anche se odio il tennis, lo odio di una passione oscura e segreta, l’ho sempre odiato.” È un promemoria scomodo: si può produrre prestazione anche quando il senso si è consumato. Dall’altra parte, la cultura pop ha consacrato la figura del genitore con “un piano”. Nella scheda ufficiale Warner Bros di Una famiglia vincente – King Richard si legge: “Spinto da una chiara visione del loro futuro, e utilizzando metodi non convenzionali, Richard ha un piano che porterà Venus e Serena Williams dalle strade di Compton in California, al palcoscenico mondiale, come icone leggendarie.” È una formulazione seducente perché promette linearità: investo, spingo, arrivo. Nella vita comune, però, quel “piano” spesso si traduce in un conto emotivo da saldare: il figlio deve ripagare tempo, denaro, rinunce, aspettative. Quando la prestazione diventa valuta familiare, lo sport smette di essere un ambiente educativo e diventa un contratto implicito. E a quel punto la domanda non è più “ti sei divertito?”, ma “quanto hai reso?”.

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Famiglia

content.lab@adnkronos.com (Redazione)

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