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Intesa Sp-Unicredit: ecco perché è possibile ‘il patto della cacio e pepe’ su Generali

(Adnkronos) – La guerra su Generali? “La rivoluzione in Italia non si puo fare; perché ci conosciamo tutti” diceva il grande Leo Longanesi (qualcuno l’attribuisce a Ennio Flaiano). In ogni caso da non sottovalutare – sempre per rimanere nell’arcitaliano campo dei patti culinari – un possibile e tacito assestamento di coabitazione nel Leone di Trieste, chiamiamolo pure ‘patto della cacio e pepe’, tra Andrea Orcel e Carlo Messina. In una stagione di risiko bancario – tra guerre (fredde) di posizione e minaccia di assalti – l’ipotesi più semplice potrebbe essere l’uovo di Colombo per scongiurare il far west (ipse dixit): Andrea Orcel e Carlo Messina che convivono in Generali. Poi entrambi liberi sul resto: Bpm e Commerz, da una parte, Mps dall’altra.  

Due banchieri romani alla guida delle due grandi banche milanesi. Diversissimi. Orcel è il manager globale, tesi di laurea in Opa ostili e palestra: l’uomo delle operazioni impossibili. Finanza pura. Messina è il banchiere cattolico, prudente, metodico, attento agli equilibri: finanziere di sistema. Uno ama l’attacco. L’altro, il contrattacco. Entrambi maestri.  

I due si parlano. Spesso. Sono amici. “Carlo Messina e io ci sentiamo regolarmente”, ha raccontato Orcel un anno fa dal palco della Fabi. Poi la battuta: “Fa ancora la migliore cacio e pepe che abbia mai mangiato. Tento sempre di farmi invitare”. Poi c’è la cronaca finanziaria, nota: Unicredit e Intesa Sanpaolo ciascuna a osservare i movimenti dell’altra sul fortino dei risparmi degli italiani, il Leone di Trieste: la bella del castello, il vero obiettivo del risiko italico.  

 

Data da cerchiare in rosso, spiega una fonte ben informata all’AdnKronos, è gennaio 2026 quando sono iniziati i contatti tra Intesa Sanpaolo e Unipol, per mettere in campo la grande operazione su Mps che ora ha preso forma. La grande “sotto traccia” del risiko italiano. Sul rallentamento che c’è stato rispetto ai piani iniziali, spiega la fonte, hanno giocato diverse questioni: da non sottovalutare quanto è accaduto il 23 aprile 2026, quando un segnale ha acceso i radar del mercato: Unicredit ha comunicato di essere salita all’8,72% di Generali, dal precedente 6,68%. Dalle parti di Intesa, spiega la fonte, il movimento non è passato inosservato. 

Così si arriva all’ultimo mese, con Ca’ de Sass decisa ad aumentare la propria esposizione sul Leone, sempre definendola una partecipazione finanziaria. Lo stesso linguaggio usato da Unicredit. Stessa formula. Stessa rassicurazione. Finanziaria, non strategica. Ma a Piazza Affari, spiega la fonte, pochi credono alle coincidenze semantiche: qualche volta anche i banchieri dicono la verità. Da qui nasce l’ipotesi che oggi circola con sempre maggiore insistenza: non una guerra per Generali, ma una coabitazione. Il Leone blindato tra Orcel e Messina, e gli altri azionisti di peso. Nessuno che comanda davvero. Nessuno che può essere estromesso. Un equilibrio costruito attraverso quote importanti ma non di controllo. 

Il patto della cacio e pepe, insomma. Del resto, nei giorni del congresso Fabi di un anno fa, i due amministratori delegati avevano scherzato sulla partita. Messina aveva detto: “Se Unicredit decidesse di scalare Generali, chiamerei Andrea Orcel e gli direi di fermarsi”. La risposta del giorno dopo. “Possiamo escludere allora che arriverà la telefonata”, aveva scherzato Orcel. Risate in sala. A volte, nel capitalismo italiano, le battute servono soprattutto a spiegare quello che nessuno vuole dire apertamente: sapore profetico. (di Andrea Persili) 

finanza

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