(Adnkronos) – Meta Platforms ha ufficialmente richiesto a un giudice di Los Angeles di annullare la storica sentenza che ha riconosciuto l’azienda responsabile della depressione di una giovane utente. Il caso, considerato un test cruciale per l’intera industria dei social media, riguarda le accuse di aver progettato algoritmi e interfacce studiate per creare una dipendenza patologica nei minorenni. A marzo, una giuria aveva quantificato in 4,2 milioni di dollari il risarcimento dovuto da Meta, affiancando nella condanna anche Google, la casa madre di YouTube, per una cifra di 1,8 milioni.Â
La difesa del colosso guidato da Mark Zuckerberg si poggia sulla Sezione 230 del Communications Decency Act del 1996, una norma federale che storicamente protegge i fornitori di servizi online dai contenuti pubblicati da terzi. Secondo i legali della compagnia, le prove presentate durante il dibattimento collegherebbero il malessere della querelante alla tipologia di post visualizzati, piuttosto che a funzionalitĂ strutturali come lo scorrimento infinito o la riproduzione automatica dei video. Questa distinzione risulta fondamentale nel tentativo di spostare la responsabilitĂ dal design della piattaforma, considerato dai giudici un elemento attivo, alla mera ospitalitĂ di contenuti esterni.Â
Il procedimento rappresenta solo la punta dell’iceberg di una battaglia legale molto piĂą ampia, con migliaia di cause simili promosse da famiglie, istituti scolastici e amministrazioni statali negli Stati Uniti. Mentre anche Google ha annunciato l’intenzione di ricorrere in appello e competitor come Snap e TikTok hanno preferito patteggiare prima dell’inizio del processo, l’esito di questo scontro è destinato a determinare i futuri standard di sicurezza digitale. L’interpretazione della Sezione 230 rimane il nodo centrale che potrebbe ridefinire i confini della responsabilitĂ delle Big Tech nei confronti della salute mentale delle nuove generazioni.Â
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