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Più di un milione le infezioni sessualmente trasmissibili ogni giorno

Ogni giorno, nel mondo, più di un milione di persone tra i 15 e i 49 anni contrae un’infezione sessualmente trasmissibile che potrebbe essere curata. Clamidia, gonorrea, sifilide e tricomoniasi sono infezioni diverse tra loro, ma hanno un punto in comune: spesso si possono prevenire, diagnosticare e trattare. Eppure continuano a circolare.

Una delle ragioni è che non sempre si vedono. Si può avere un’infezione sessualmente trasmissibile senza saperlo, perché in molti casi non compaiono sintomi chiari, almeno all’inizio. La vita va avanti normalmente, finché la diagnosi arriva durante un controllo, in gravidanza, dopo il test di un partner o perché a un certo punto si decide di fare uno screening.

È questa parte sommersa a rendere le Ist difficili da misurare. Non tutto ciò che circola tra le persone arriva dentro un ambulatorio; non tutto ciò che viene diagnosticato entra nelle statistiche allo stesso modo; non tutti hanno la stessa possibilità di accedere a test, informazioni e cure. Per questo, quando si parla di infezioni sessualmente trasmissibili, i numeri raccontano sempre due storie: quanto il fenomeno è diffuso e quanto i sistemi sanitari riescono a intercettarlo.

Da qui nasce lo STI Prevalence Atlas, il primo atlante globale dell’Organizzazione mondiale della sanità dedicato alla prevalenza delle infezioni sessualmente trasmissibili. La piattaforma raccoglie dati dal 2010 in poi nei Paesi a basso e medio reddito e li organizza in modo standardizzato, così da renderli più confrontabili tra aree, studi e popolazioni diverse. L’Oms lo presenta come il primo database globale aperto con dati consolidati e controllati sulla prevalenza delle Ist in questi Paesi.

Il punto non è costruire una classifica dei Paesi in cui le infezioni sono più diffuse. Sarebbe una lettura troppo semplice, e probabilmente anche poco utile. Il punto è capire dove si riesce a misurare meglio e dove invece mancano ancora informazioni. Perché un’infezione che non viene diagnosticata non scompare: resta fuori dai dati, fuori dai percorsi di cura e spesso anche fuori dalle politiche di prevenzione.

La differenza tra infezioni e diagnosi

Con le Ist il rapporto tra numeri e realtà non è sempre immediato: dove si fanno più test, i casi possono apparire più numerosi. Non sempre perché le infezioni stiano aumentando, ma perché il sistema sanitario riesce a trovarle meglio. Al contrario, un numero basso di diagnosi può sembrare rassicurante solo in apparenza, se dietro ci sono pochi screening, servizi difficili da raggiungere o persone che evitano il controllo per imbarazzo, costi o paura dello stigma. È qui che l’atlante dell’Oms prova a fare un passo diverso. La prevalenza non coincide con il semplice elenco dei casi notificati, ma indica la presenza di una determinata infezione in una popolazione osservata. È una differenza tecnica, ma con conseguenze molto concrete: aiuta a distinguere tra le infezioni che arrivano al sistema sanitario e quelle che probabilmente circolano senza essere registrate.

I casi diagnosticati raccontano chi è arrivato a un servizio sanitario, ha fatto un test e ha ricevuto un risultato. La prevalenza prova invece ad allargare lo sguardo anche a ciò che resta fuori da quel percorso: infezioni che non danno sintomi, persone che non sanno di aver bisogno di un controllo, servizi troppo lontani o percepiti come poco accessibili.

La mappa, quindi, non serve soltanto a colorare Paesi diversi con intensità diverse. Serve a rendere più leggibile il rapporto tra infezione, diagnosi e accesso ai servizi. Dove i dati sono solidi, può aiutare a capire quali gruppi siano più esposti o più controllati. Dove i dati sono scarsi, segnala un vuoto: non necessariamente un’assenza di infezioni, ma un’assenza di informazioni.

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Clamidia, gonorrea, sifilide: cosa misura la nuova mappa

Dentro lo STI Prevalence Atlas non ci sono tutte le infezioni sessualmente trasmissibili, ma cinque tra quelle più rilevanti per la salute pubblica: clamidia, gonorrea, sifilide, tricomoniasi e HSV-2, il virus dell’herpes simplex di tipo 2. Le prime quattro sono anche quelle alla base del dato più citato dall’Oms: nel 2020, tra le persone tra i 15 e i 49 anni, sono state stimate 374 milioni di nuove infezioni da clamidia, gonorrea, sifilide e tricomoniasi, pari a oltre un milione di nuove infezioni curabili al giorno.

L’atlante lavora su dati raccolti dal 2010 in poi e provenienti da studi e indagini condotti in contesti diversi. Ci sono ricerche sulla popolazione generale, studi su donne in gravidanza, adolescenti, sex worker, persone che frequentano cliniche per Ist e altri gruppi specifici. È una varietà utile, perché permette di osservare il fenomeno da più angolazioni, ma chiede anche un po’ di prudenza nella lettura.

Un dato raccolto tra donne in gravidanza, ad esempio, non racconta la stessa cosa di un dato raccolto tra persone che si presentano in una clinica per infezioni sessualmente trasmissibili. Nel primo caso si osserva una popolazione intercettata dai controlli prenatali; nel secondo, persone che hanno già avuto un motivo per rivolgersi a un servizio. Anche per questo l’atlante non va letto come una graduatoria semplice tra Paesi, ma come una mappa dei dati disponibili: mostra dove le infezioni sono state studiate, su quali gruppi e con quali strumenti.

La parte interessante è proprio questa. L’atlante permette di vedere non solo dove le infezioni risultano presenti, ma anche dove mancano informazioni solide. E nel campo delle Ist, un vuoto nei dati può contare quanto un numero alto: può indicare che alcune popolazioni non vengono raggiunte dai test, che alcuni Paesi hanno pochi studi comparabili o che la sorveglianza sanitaria ha ancora zone d’ombra.

La salute sessuale non è uguale per tutti

Dietro i numeri delle infezioni sessualmente trasmissibili non ci sono solo comportamenti individuali. Ci sono anche differenze di età, genere, reddito, istruzione, accesso ai servizi e possibilità di parlare della propria salute sessuale senza sentirsi giudicati. Due persone con lo stesso rischio non hanno necessariamente la stessa probabilità di fare un test, ricevere una diagnosi e iniziare una cura.

Per adolescenti e giovani adulti, ad esempio, il primo ostacolo può essere molto pratico: sapere dove andare. Un servizio troppo lontano, poco riservato o percepito come giudicante può bastare a rimandare un controllo. In molti contesti la salute sessuale resta un argomento difficile da affrontare, soprattutto quando mancano educazione, informazioni affidabili e luoghi pensati per accogliere domande senza stigma.

Per le donne, alcune Ist possono avere conseguenze specifiche sulla salute riproduttiva, sulla gravidanza e sui neonati. La diagnosi tempestiva, in questi casi, non riguarda soltanto la cura dell’infezione, ma anche la possibilità di prevenire complicazioni. La sifilide congenita, per esempio, è un indicatore importante della capacità dei sistemi sanitari di raggiungere le donne durante la gravidanza con screening e trattamenti adeguati.

Ci sono poi popolazioni che possono incontrare ostacoli ulteriori: persone migranti, sex worker, uomini che fanno sesso con uomini, persone che vivono in contesti dove parlare di sessualità espone a discriminazione o isolamento. In questi casi, il test non è sempre una pratica semplice. Può pesare la paura di essere giudicati, il costo, la distanza dai servizi, la lingua, la mancanza di documenti o la scarsa fiducia nelle strutture sanitarie.

È qui che le Ist diventano anche un tema demografico. Non perché riguardino categorie astratte, ma perché si distribuiscono dentro popolazioni concrete, con età, condizioni economiche, reti sociali e possibilità molto diverse di accedere alla prevenzione. Un atlante globale può aiutare a capire non soltanto dove le infezioni sono più presenti, ma anche dove alcuni gruppi restano meno osservati.

Lo STI Prevalence Atlas non farà diagnosi e non sostituirà ambulatori, consultori o programmi di prevenzione. Il suo valore è un altro: rendere più ordinati e confrontabili dati che finora erano spesso dispersi, così da aiutare governi, ricercatori e sistemi sanitari a capire dove intervenire.

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content.lab@adnkronos.com (Redazione)

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