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Crisi demografica, per Roccella è prima di tutto culturale: “Si è diffusa una ostilità culturale verso la famiglia”

La crisi delle nascite non comincia dal portafoglio ma da come la società vede la famiglia. Ne è convinta la ministra per la Famiglia, la Natalità e le Pari Opportunità Eugenia Roccella, che, pur non negando il peso dei fattori materiali, individua nel quadro culturale la radice più profonda e sottovalutata della denatalità italiana.  

“Abbiamo cominciato a rimediare a una lunghissima disattenzione che c’è stata nei confronti della famiglia e della natalità”, dice la ministra, ospite dell’evento Adnkronos Q&A “La demografia cambia la società”, che si è tenuto giovedì 18 giugno presso Palazzo dell’Informazione di Roma. 

A differenza di altri Paesi, come la Francia, che “negli anni ‘80 avevano affrontato il problema”, in Italia ci sarebbe stata “una assoluta noncuranza”. Eppure, fa notare, la famiglia italiana “era mitica, è stata studiata a volte in maniera positiva, come per la piccola impresa, a volte anche in negativo”.  

Roccella ricostruisce questa storia come un intreccio di sottovalutazione politica e ostilità simbolica  

La famiglia come “luogo di oppressione” 

L’idea dominante, spiega, era che “la famiglia fosse un luogo di oppressione, di esclusione delle donne, che venivano ingabbiate in ruoli limitanti”. A questo si aggiungeva uno stigma storico: “C’era l’idea, forse mutuata anche dalle vecchie misure mussoliniane per la natalità, che parlarne fosse una cosa un po’ fascista”. Così, mentre i segnali del declino diventavano evidenti, in Italia si è preferito voltarsi dall’altra parte.   

Il risultato è la crisi demografica che il Paese deve affrontare oggi per restare competitivo domani. 

“Nel 1995 avevamo più o meno lo stesso tasso di natalità, però avevamo molte più donne in età fertile. Avevamo circa 500 mila nati all’anno e adesso andiamo verso i 300 mila”, ricorda la ministra Roccella richiamando l’effetto struttura, che è uno degli aspetti più sottovalutati della evoluzione demografica italiana.   

Per approfondire: Calano ancora le nascite, ma l’inverno demografico dell’Italia arriva da lontano  

Il paradosso demografico: più benessere, meno figli  

Un buco demografico a cui, ammette, “non si può rimediare immediatamente”, ma che l’esecutivo sta affrontando su tre assi: trasferimenti diretti come l’assegno unico (“che abbiamo difeso quando è andato in procedura di infrazione europea”), la conciliazione per il lavoro di cura (“l’aumento dei congedi parentali all’80%”) e i servizi, dai rimborsi ai nuovi asili nido. 

Per Roccella, però, il nodo culturale oltrepassa i confini nazionali. Diverse conferme si trovano in questo articolo: Come è cambiato il concetto di natalità nel corso della storia? 

Negli anni ‘60 c’era il terrore della Population Bomb, l’idea che l’eccesso di popolazione, partendo da Paesi come l’India e diversi Stati africani, frenasse lo sviluppo. “E invece è l’inverso: lo sviluppo frena la popolazione, frena le nascite”, sottolinea Roccella. È il “paradosso demografico”: laddove c’è più benessere, la natalità scende. Il caso della Corea del Sud è emblematico: “Si è passati da 6 figli per donna trent’anni fa a meno di 1”, proprio in concomitanza con “uno sviluppo economico, culturale e dei diritti a tutto campo”.   

Oggi il contagio demografico riguarda tutta l’Europa. “La velocità con cui calano le nascite in molti paesi europei, per esempio Francia, Danimarca e Germania, è più rapida della nostra. Ci raggiungeranno velocemente”, spiega la ministra. Addirittura in Francia, patria delle buone politiche familiari, il presidente Emmanuel Macron “ha parlato di riarmo demografico, con una frase che trovo abbastanza infelice, però si è posto di nuovo il problema”.  

La famiglia italiana come strumento di welfare  

In questo scenario, la famiglia rimane anche un fondamentale argine sociale. Rispetto ad altre nazioni, nota la ministra Roccella, l’Italia sta “relativamente bene” proprio “perché la famiglia resiste e svolge un ruolo di coesione comunitaria e di welfare”. Altrove esistono già “ministeri della solitudine” e “task force che vanno nelle abitazioni a rischio per verificare le morti solitarie”. In Italia, invece, gli anziani “riescono ancora in buona parte a stare a casa”.  

La sfida, conclude Roccella, è complessa proprio perché “un governo ha molta più facilità a intervenire sui fattori materiali”, mentre le cause immateriali richiedono “nuove soluzioni”. Perché una cosa è certa: “Non possiamo certo tornare indietro, né sul piano dello sviluppo né sul piano dei diritti, né sulla libertà femminile in particolare”. 

La demografia cambia la società

content.lab@adnkronos.com (Redazione)

© Riproduzione riservata

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